Agape CERBI 2026

I pastori delle chiese presenti all’agape.

Oggi si festeggiano i vent’anni dalla costituzione delle Chiese Evangeliche Riformate Battiste in Italia.

Durante la consueta agape del 25 aprile, a Bologna, presso il Nuovo cinema Nosadella, in via Lodovico Berti, ben diciassette chiese provenienti da tutta Italia si sono ritrovate esattamente dove il sogno, vent’anni prima, era nato.

Queste le chiese rappresentate: Bologna, Caltanissetta, Chieti, Cinisello Balsamo, Ferrara, Formigine, Monte di Procida, Ravenna, Rimini, Cesena, Breccia Roma (Centro, Prati, San Paolo), Rovereto, Trento, Verona, Vicenza, Padova.

Incoraggiante è stata anche la presenza di alcune chiese ospiti: Como, Reggio Emilia, Modena.

All’epoca si contavano poche persone e sole sei chiese, oggi erano presenti almeno quattrocento persone, tra cui diversi bambini.

Gli anniversari sono sempre un’occasione per fare memoria. Questo è stato il senso della predicazione su Esodo 19,3-6, intitolata “Da bambini a uomini maturi”, che ha scandito il tempo dell’agape attraverso tre domande.

La prima domanda tratta dal testo è stata: abbiamo visto?

Gli Israeliti erano ancora soltanto i figli di Israele, l’idea di un popolo era ancora poco presente al tempo di Giuseppe, mentre ora escono dall'Egitto in gran numero.

Sono una moltitudine ma non sono ancora un popolo. Non hanno una legge. Non hanno una terra. Avevano solo una promessa, quella che Dio aveva fatto ad Abramo: una discendenza come le stelle del cielo. In altre parole, Israele è come un neonato che sta imparando a camminare e il Signore lo accompagna guidandolo. 

La questione dunque è se, anzitutto, abbiamo veramente prestato attenzione a quanto fatto dal Signore in questi venti anni. Certo non è un tempo particolarmente lungo nell’ambito della storia del popolo di Dio in senso lato, ma è indubbiamente un periodo contrassegnato dalla grazia e dalla provvidenza del Signore. Le abbiamo percepite?

La seconda questione emersa dal testo è: stiamo ubbidendo?

Il bambino cresce, ma ha ancora bisogno di indicazioni. È più cosciente, ma ancora necessita di una guida.

Il versetto 5 prorompe con un “dunque” che lega la comprensione e il riconoscimento dell’opera di Dio all’impegno per l’ubbidienza. Come Israele, noi non siamo qui per sbaglio, ci veniva detto.Dio ci ha dato una visione, una chiamata. Come parte del popolo di Dio che ha ricevuto una visione, siamo responsabili di ubbidire. 

Quanto in profondità siamo radicati nella Scrittura? Come gli altri percepiscono la nostra identità? È facile dire di aderire a una cosa o all'altra, ma quel "davvero" di Dio, va oltre.

L'ubbidienza è legata al patto. Non è un'ubbidienza paurosa o passiva, ma una che risponde con consapevolezza.

Si tratta di un'ubbidienza protetta, assicurata dal patto medesimo. Possiamo ubbidire confidando nella fedeltà di Dio. Dio non cerca la perfezione, ma la responsabilità. Questa Parola ci raggiunge come un invito. Non come condanna, ma come direzione.

Infine, il testo ci ha esortato a domandarci: saremo all’altezza?

Quando nacque il CERBI, veniva detto, la domanda posta dalla Parola di Dio ai fondatori fu: "Chi vuole andare avanti?", in riferimento al testo di Numeri 33.

Davanti alla questione se saremo all’altezza del prosieguo di questa storia, il predicatore ha sottolineato l’ineludibile necessità di ricordarci che è il Signore che ci porterà avanti. Essere all’altezza non significa dover cercare in sé stessi le risorse, bensì ricordare la cura e la guida di Dio, riconoscere la crescita che v’è stata e fidarsi che il Signore rimarrà nuovamente fedele. Da qui, l’impegno a vivere e a servire il Signore. Come? Non puntando alla vita di chiesa come soddisfazione dei propri bisogni personali o come compensazione per le frustrazioni di altri aspetti della vita. Piuttosto, l’invito è ad accostarsi alla pietra scelta, a farsi più prossimi a quel Dio con cui siamo per grazia nuovamente in comunione e stimare la sua presenza più d’ogni altro tesoro.

Nel pomeriggio, c’è stata l’occasione di intervistare il nostro Pastore in riferimento alla sua recentissima pubblicazione: “Riformati battisti” (Alfa e Omega 2026).

Sintetizzando le numerose domande e le ricche risposte che hanno animato l’intervista, si può dire che la ragione per cui il Pastore ha ritenuto di dedicarsi alla stesura di questa importante opera riguarda il sogno di un’Italia che riscopre la bellezza, la semplicità e l’autorità della Parola di Dio. Una Riforma è realmente possibile in quanto, da un lato, si recepisca il peso teologico e storico della Riforma del XVI secolo e, dall’altro, il valore del risveglio battista del XVII secolo. Senza riappropriarsi del contributo dei Riformatori sotto il profilo dell’unicità di Cristo e dell’autorità del Padre e senza considerare l’eredità battista quanto al ripensamento della chiesa secondo l’opera segreta dello Spirito, difficilmente si potrà essere autenticamente trinitari nelle proprie categorie di pensiero. E se non si è sufficientemente trinitari, qualsiasi riforma si volesse attuare risulterà irrimediabilmente monca.

Precisare in questo modo così ricercato e convinto l’identità di singoli credenti e di intere chiese può apparire indubbiamente fuori moda e, per alcuni, addirittura offensivo o pericoloso. Il Pastore ha però offerto una lettura fresca del concetto di identità, quasi una sfida: non una maschera di ferro che ingabbia e opprime, quanto piuttosto un abito ricamato, di un pregiato materiale, che cade addosso morbidamente e conferisce portamento, esprime bellezza, adorna di serenità.

Concludendo, rimangono sia il senso del privilegio nell’aver scommesso su una tale sfida vent’anni fa che il senso di responsabilità di trasmettere alle generazioni più giovani il senso delle scelte fatte per la gloria di Dio.

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Domenica della memoria 2025