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Confessione di fede (in preparazione)

LA CONFESSIONE DI FEDE BATTISTA DEL 1689

Indice

  1. Delle Sacre Scritture
  2. Di Dio e della Trinità
  3. Del decreto divino
  4. Della creazione
  5. Della provvidenza divina
  6. Della caduta dell'uomo, del peccato e della sua condanna
  7. Del patto divino
  8. Di Cristo il Mediatore
  9. Del libero arbitrio
  10. Della chiamata efficace
  11. Della giustificazione
  12. Dell'adozione
  13. Della santificazione
  14. Della fede salvifica
  15. Del ravvedimento e della salvezza
  16. Delle buone opere
  17. Della perseveranza dei santi
  18. Della sicurezza della grazia e della salvezza
  19. Della legge divina
  20. Dell'Evangelo e della sua influenza
  21. Della libertà del cristiano e della libertà di coscienza
  22. Del culto e del giorno di sabato
  23. Dei giuramenti e dei voti legittimi
  24. Del magistrato civile
  25. Del matrimonio
  26. Della chiesa
  27. Della comunione dei santi
  28. Del battesimo e della cena del Signore
  29. Del battesimo
  30. Della cena del Signore
  31. Dello stato dell'uomo dopo la morte e della risurrezione dei morti
  32. Del giudizio finale

1. Delle Sacre Scritture

1. La Sacra Scrittura è la regola unica e sufficiente, certa ed infallibile di ogni conoscenza, fede ed obbedienza salvifiche (2 Ti 3,15-17; Is 8,20; Lu 16,29-31; Ge 2,20).

Sebbene la luce della natura e le opere della creazione e della provvidenza manifestino la bontà, la sapienza e la potenza di Dio al punto che l'uomo è inescusabile, esse non sono sufficienti a fornire quella conoscenza di Dio e della sua volontà che è necessaria alla salvezza (Ro 1,19-21; Ro 2,14-15; Sl 19,1-3).

In vari tempi ed in molte maniere Dio ha voluto quindi rivelarsi e dichiarare la sua volontà alla sua chiesa (Eb 1,1). In seguito, per preservare e propagare meglio la verità e per stabilire ed incoraggiare la chiesa proteggendola dalla corruzione della carne, dalla malizia di Satana e dal mondo, il Signore ha voluto che la sua verità rivelata venisse messa interamente per iscritto. Poiché oggi Dio ha abbandonato i modi da Lui usati precedentemente, per rivelare la sua volontà al suo popolo, le Sacre Scritture sono assolutamente necessarie (Pr 22,19-21; Ro 15,4; 2 P 1,19-20).

2. Sotto il titolo di Sacra Scrittura (o Parola di Dio scritta) sono contenuti tutti i seguenti libri dell'Antico e del Nuovo Testamento:

Antico Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici, Ruth, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache, Esdra, Nehemia, Ester, Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Isaia, Geremia, Lamentazioni, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Habacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.

Nuovo Testamento: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti, Romani, 1 e 2 Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1 e 2 Tessalonicesi, 1 e 2 Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei, Giacomo, 1 e 2 Pietro, 1, 2 e 3 Giovanni, Giuda, Apocalisse.

Tutti questi libri sono stati ispirati da Dio perché costituissero regola di fede e di condotta (2 Ti 3,16).

3. I libri comunemente chiamati "apocrifi", non essendo divinamente ispirati, non fanno parte del canone della Scrittura, non hanno alcuna autorità per la chiesa di Dio e non devono essere considerati o utilizzati in modo diverso da quanto avviene per altri scritti umani (Lu 24,27; Lu 24,44; Ro 3,2).

4. L'autorità della Sacra Scrittura per la quale dobbiamo crederla, non dipende dalla testimonianza di qualche uomo o di qualche chiesa, ma interamente da Dio, il suo Autore (che è la Verità stessa). Essa deve venire ricevuta per il fatto di essere la Parola di Dio (2 P 1,19-21; 2 Ti 3,16; 2 Te 2,13; 1 Gv 5,9).

5. La testimonianza della chiesa può suscitare in noi riverenza ed alta considerazione per le Sacre Scritture. Tuttavia la natura stessa delle Scritture prova sufficientemente che esse sono Parola di Dio. La sublimità del contenuto, l'efficacia della dottrina, la maestà dello stile, l'armonia di tutte le parti, il loro scopo comune di dare tutta la gloria a Dio, la piena rivelazione dell'unica via per la salvezza dell'uomo, accanto a molti altri pregi incomparabili e perfezioni assolute confermano indiscutibilmente questa convinzione.

Nonostante ciò, la nostra piena persuasione e sicurezza sulla verità infallibile della Scrittura e della sua autorità divina viene dall'opera interiore dello Spirito Santo che testimonia per mezzo della Parola ed insieme alla Parola nel nostro cuore (Gv 16,13,14; 1 Co 2,10-12; 1 Gv 2,20,27).

6. Tutto il consiglio di Dio relativo alla sua gloria, alla salvezza, alla fede e alla vita dell'uomo, è esplicitamente descritto, oppure necessariamente contenuto nella Sacra Scrittura. In nessun tempo, né in base ad una nuova rivelazione dello Spirito, né alle tradizioni degli uomini, deve esservi aggiunto alcunché (2 Ti 3,15-17; Ga 1,8,9).

Ciò nonostante riconosciamo la necessità di una illuminazione interiore dello Spirito di Dio per una comprensione salvifica delle realtà rivelate nella Parola (Gv 6,45; 1 Co 2,9-12).

Ci sono alcune condizioni riguardanti l'adorazione di Dio ed il governo della chiesa che sono comuni a tutte le società e attività umane e che devono essere ordinate alla luce della natura e dalla prudenza cristiana secondo le regole generali della Parola che si devono sempre osservare (1 Co 11,13-14; 1 Co 14,26,40).

7. Non tutto il contenuto della Scrittura è in sè di uguale chiarezza, né tale appare a tutti (2 P 3,16).

Tuttavia, le cose essenziali che si devono conoscere, credere e osservare per essere salvati sono presentate e rivelate così chiaramente in alcune parti della Scrittura che non solo l'uomo istruito, ma anche quello incolto può giungere ad una comprensione sufficiente con l'ausilio dei mezzi comuni (Sl 19,7; Sl 119,130).

8. L'Antico Testamento scritto in ebraico (che era la lingua madre del popolo di Dio nell'antichità) (Ro 3,2) ed il Nuovo Testamento scritto in greco (che era la lingua più diffusa fra le nazioni al momento della sua stesura) furono direttamente ispirati da Dio e conservati puri attraverso i secoli dalla sua singolare cura e dalla sua provvidenza. Sono perciò attendibili e la chiesa deve considerarli normativi in tutte le controversie dottrinali (Is 8,20). Poiché non tutto il popolo di Dio conosce le lingue originarie, pur avendo il diritto di disporre delle Scritture e di interessarsi ad esse ed il dovere di leggerle (At 15,15) e di investigarle (Gv 5,39) nel timore di Dio, le Scritture devono essere tradotte nella lingua di ogni nazione (1 Co 14,6; 1 Co 14,9; 1 Co 14,11-12; 1 Co 14,24; 1 Co 14,29), affinché la Parola di Dio, abitando doviziosamente in tutti, possa indurre ad adorare Dio in modo accettevole e affinché la pazienza e la consolazione delle Scritture permettano di ritenere la speranza (Cl 3,16).

9. La regola infallibile per l'interpretazione della Scrittura è la Scrittura stessa. Perciò, quando si presenta un problema riguardo al significato vero e completo di un brano della Scrittura (la quale è un'unità e non una pluralità di scritti indipendenti l'uno dall'altro) tale brano deve essere esaminato alla luce di altri più chiari (2 P 1,20,21; At 15,15,16).

10. La Scrittura trasmessaci dallo Spirito Santo costituisce l'unico e supremo arbitro per la soluzione di tutte le controversie in campo religioso e per l'esame dei decreti di tutti i concili, delle opinioni di scrittori antichi, delle dottrine umane e delle opinioni personali. Il verdetto della Scrittura deve essere sufficiente per noi, poiché la nostra fede è basata sulla suprema istanza della Scrittura trasmessaci dallo Spirito (Mt 22,29-32; Ef 2,20; At 28,23).

2. Di Dio e della Trinità

1. Il Signore Iddio nostro è l'unico Dio vivente e vero (1 Co 8,4-6; De 6,4). Egli sussiste in se stesso e di per se stesso (Gr 10,10; Is 48,12); è infinito nel suo essere e nella sua perfezione. La sua essenza non può essere compresa da nessuno, se non da lui stesso (Es 3,14). E' spirito purissimo (Gv 4,24), invisibile, senza corpo, senza parti né passioni; Egli solo possiede l'immortalità; dimora in una luce inaccessibile (1 Ti 1,17; De 4,15-16); è immutabile (Ml 3,6), incommensurabile (1 R 8,27; Gr 23,23), eterno (Sl 90,2), incomprensibile, onnipotente (Ge 17,1), in ogni senso infinito, assolutamente santo (Is 6,3), saggio, libero ed indipendente. Egli opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà assolutamente immutabile e giusta (Sl 115,3; Is 46,10) per la propria gloria (Pr 16,4; Ro 11,36). Egli è veramente amorevole, benigno, misericordioso, longanime, pieno di bontà e di verità; Egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano (Es 34,6-7; Eb 11,6) e, nello stesso tempo, è veramente giusto e tremendo nei suoi giudizi (Ne 9,32-33); odia il peccato (Sl 5,5-6) e non terrà il colpevole per innocente (Es 34,7; Na 1,2-3).

2. Siccome Dio ha tutta la vita (Gv 5,26), la gloria (Sl 148,13), la bontà (Sl 119,68), la beatitudine, in se stesso e da se stesso, è unico nel senso che è completamente sufficiente sia in se stesso che per se stesso non avendo bisogno di alcuna delle sue creature né derivando gloria da esse (Gb 22,2-3). Al contrario, è Dio a manifestare la sua gloria in esse, per mezzo di esse, ad esse e su esse. Egli è l'unica fonte di tutta l'esistenza; da Lui, per mezzo di Lui e per Lui sono tutte le cose (Ro 11,34-36). Egli esercita un dominio completamente sovrano sopra tutte le creature, al fine di fare per mezzo di esse, per esse e ad esse tutto ciò che Egli vuole (Da 4,25,34-35). Tutte le cose sono scoperte e manifeste ai suoi occhi (Eb 4,13). La sua conoscenza è infinita, infallibile e non dipende dalla creatura. Ne consegue che niente è per Lui contingente o incerto (Ez 11,5; At 15,18). Egli è assolutamente santo in tutto il suo consiglio, in tutte le sue opere (Sl 145,17) e in tutti i suoi comandamenti. Sia gli uomini che gli angeli gli devono tutta l'adorazione (Ap 5,12-14), il servizio o l'ubbidienza cui sono tenuti come creature verso il loro Creatore e qualunque altra cosa che Egli desideri chiedere loro.

3. In questo esser divino ed infinito sono presenti tre persone; il Padre, la Parola o Figlio e lo Spirito Santo (1 Gv 5,7; Mt 28,19; 1 Co 13,14), tutte uguali in sostanza, in potenza ed in eternità. Ognuna di esse possiede l'intera essenza divina, pur restando tale essenza indivisa (Es 3,14; Gv 14,11; 1 Co 8,6). Il Padre non è stato generato né procede da un qualsiasi altro. Il Figlio è eternamente generato dal Padre (Gv 1,14-18). Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (Gv 15,26; Ga 4,6). Tutti e tre sono infiniti, senza inizio e quindi costituiscono un solo Dio. La loro natura e la loro essenza sono indivisibili, ma essi si distinguono a seconda delle loro qualità particolari e delle loro relazioni personali. La dottrina della Trinità è il fondamento di tutta la nostra comunione con Dio e della nostra serena dipendenza da Lui.

3. Del decreto divino

1. Dio ha decretato dall'eternità, secondo il santo e saggio consiglio della propria volontà, in modo libero ed immutabile, tutte le cose che avrebbero avuto luogo (Is 46,10; Ef 1,11; Eb 6,17; Ro 9,15-18). Tuttavia ciò non implica affatto che Dio sia autore di peccato, che abbia comunione con qualcuno (Gm 1,13; 1 Gv 1,5) nel commettere peccati, che venga fatta violenza alla volontà della creatura, che venga tolta la libertà o la contingenza delle cause seconde. Queste, al contrario, sussistono (At 4,27-28; Gv 19,11). Vengono così manifestate la sapienza di Dio nel disporre tutte le cose ed anche la sua potenza e la sua fedeltà nell'adempimento del suo decreto (Nu 23,19; Ef 1,3-5).

2. Benché Dio conosca tutto ciò che può avvenire in tutte le condizioni immaginabili (At 15,18), non è mai stato indotto a decretare alcunché per il fatto di averlo previsto come qualcosa che avrebbe potuto verificarsi nel futuro o che sarebbe avvenuto in determinate situazioni (Ro 9,11-18).

3. Per decreto di Dio e per la manifestazione della sua gloria, alcuni uomini ed angeli sono predestinati o preordinati a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo (1 Ti 5,21; Mt 25,34), a lode della sua grazia gloriosa (Ef 1,5-6). Altri vengono lasciati agire nel loro stato di peccato fino alla loro giusta condanna, a lode della sua giustizia gloriosa (Ro 9,22-23; Gd 4).

4. Gli angeli e uomini predestinati e preordinati in questo modo sono designati individualmente ed immutabilmente. Il loro numero è così certo ed esatto che non può essere né aumentato né diminuito (2 Ti 2,19; Gv 13,18).

5. Quelli che sono predestinati a vita sono stati eletti da Dio prima della fondazione del mondo secondo il suo proponimento eterno ed immutabile, secondo il consiglio segreto ed il beneplacito della sua volontà. Dio li ha eletti in Cristo a gloria eterna unicamente per il suo amore e per la sua grazia incondizionata (Ef 1,4-11; Ro 8,30; 2 Ti 1,9; 1 Te 5,9), senza esservi indotto da nessuna condizione o causa presenti nella creatura (Ro 9,13-16; Ef 2,5,12).

6. Poiché Dio ha ordinato a gloria gli eletti, così, secondo il consiglio della sua volontà eterna e completamente libera; Egli ha preordinato tutti i mezzi necessari per realizzare la loro salvezza (1 P 1,2; 2 Te 2,13). Di conseguenza, coloro che sono eletti, essendo decaduti in Adamo, sono redenti da Cristo (1 Te 5,9-10), vengono efficacemente chiamati alla fede in Cristo dal suo Spirito che opera a suo tempo, sono giustificati, adottati, santificati (Ro 8,30; 2 Te 2,13), e vengono custoditi dalla sua potenza mediante la fede in vista della salvezza (1 P 1,5). Nessuno al di fuori degli eletti è redento da Cristo, chiamato efficacemente, giustificato, adottato, santificato e salvato (Gv 10,26; Gv 17,9; Gv 6,64).

7. La dottrina di questo grande mistero della predestinazione deve essere trattata con una particolare prudenza e cura affinché gli uomini che prestano attenzione alla volontà di Dio rivelata nella sua Parola e che ubbidiscono ad essa possano essere sicuri della loro elezione eterna dalla certezza della loro vocazione efficace (1 Te 1,4-5; 2 P 1,10). In questo modo, la dottrina sarà motivo di lode (Ef 1,6; Ro 11,33), riverenza e ammirazione per Dio e sarà anche motivo di umiltà (Ro 11,5-6,20), diligenza e abbondanza di consolazione per tutti coloro che ubbidiscono all'Evangelo con sincerità (Lu 10,20).

4. Della creazione

1. Nel principio è piaciuto a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo (Gv 1,2-3; Eb 1,2; Gb 26,13), per la manifestazione della gloria della sua eterna potenza (Ro 1,20), sapienza e bontà, creare o fare il mondo e tutte le cose in esso, sia le visibili che le invisibili, nell'arco di sei giorni; e tutto era molto buono (Cl 1,16; Ge 1,31).

2. Dopo aver fatto tutte le altre creature, Dio creò l'uomo, maschio e femmina (Ge 1,27), con un'anima razionale ed immortale (Ge 2,7), rendendolo idoneo a vivere quella vita al suo servizio per la quale era stato creato. L'uomo fu creato ad immagine di Dio, in conoscenza, in giustizia ed in vera santità (Ec 7,29; Ge 1,26), con la legge di Dio scritta nel cuore (Ro 2,14-15) e con la capacità di adempiervi. Tuttavia egli aveva la possibilità di trasgredirla, essendo lasciato alla libertà della propria volontà la quale era soggetta a cambiamento (Ge 3,6).

3. Oltre alla legge scritta nel cuore, l'uomo ricevette l'ordine di non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male (Ge 2,17). Finché osservò questo comandamento fu felice nella comunione con Dio ed ebbe dominio su tutte le altre creature (Ge 1,26-28).

5. Della provvidenza divina

1. Dio, il buon Creatore di tutte le cose, nella sua infinita potenza e saggezza sostiene, dirige, dispone e governa tutte le creature e tutte le cose (Eb 1,3; Gb 38,11; Is 46,10-11; Sl 135,6), dalla più grande alla più piccola (Mt 5,29-31), con la sua provvidenza assolutamente saggia e santa, in vista del fine per cui sono state create. Dio governa secondo la sua prescienza infallibile e secondo il consiglio libero ed immutabile della sua volontà, a lode della gloria della sua saggezza, potenza, giustizia, bontà infinita e misericordia (Ef 1,11).

2. Tutte le cose avvengono immutabilmente ed infallibilmente in base alla prescienza e ai decreti di Dio, il quale ne è la causa prima (At 2,23). Non avviene quindi alcunché ad alcuno per caso o al di fuori della sua provvidenza (Pr 16,33). Tuttavia, Dio ordina che gli eventi si verifichino secondo l'ordine delle cause seconde, necessariamente, liberamente o contingentemente (Ge 8,22).

3. Nella sua ordinaria provvidenza Dio fa uso di mezzi (At 27,31,44; Is 55,10-11), ma è libero di agire al di fuori di essi (Osea 1,7), al di sopra di essi (Ro 4,19-21) e contro di essi (De 3,27) quando vuole.

4. La onnipotenza, la saggezza imperscrutabile e la bontà infinita di Dio si manifestano così pienamente nella sua provvidenza che il suo determinato consiglio si estende persino alla prima caduta e a tutte le altre azioni peccaminose sia di angeli che di uomini (Ro 11,32-34; 2 S 23,1; 1 Co 21,1), e ciò non per un semplice permesso, ma per un tipo di permesso in cui Egli ha incluso delle limitazioni veramente sagge e potenti ed altri mezzi per limitare e tenere sotto controllo il peccato (2 Re 19,28; Sl 76,10). Queste varie limitazioni sono state deliberate da Dio per realizzare i suoi scopi santissimi (Ge 50,20; Is 10,6-12). Tuttavia, in tutti questi casi, la peccaminosità sia degli angeli che degli uomini proviene soltanto da essi e non da Dio, il quale è assolutamente santo e giusto, e non può essere autore di peccato né approvarlo (Sl 50,21; 1Gv 2,16).

5. Dio, che è veramente saggio, giusto e benigno, spesso permette che i suoi figli sperimentino per qualche tempo varie tentazioni e la corruzione del loro cuore per punirli dei peccati commessi o per mostrar loro la forza nascosta della corruzione e la falsità ancora presente nel loro cuore, allo scopo di umiliarli e di spingerli ad una dipendenza più stretta e costante da Lui come loro sostegno, di renderli più vigili in futuro nei confronti del peccato, ed in vista di altri scopi santi e giusti (2 Co 32,25-31; 2 Co 12,7-9). Perciò tutto ciò che avviene agli eletti avviene per volontà e per la gloria di Dio, nonché per il loro bene (Ro 8,28).

6. A quegli uomini iniqui e malvagi che Dio come giusto giudice acceca ed indurisce (Ro 1,24-28; Ro 11,7-8) per i loro peccati precedenti, Egli nega non soltanto la grazia, che avrebbe potuto illuminare la loro mente e toccare il loro cuore (De 29,4), ma a volte ritira anche i doni che hanno avuto (Mt 13,12), e li espone a certi oggetti che il loro stato corrotto fa diventare occasioni di peccato (De 2,30; 2 Re 8,12-13). Dio li abbandona alle loro concupiscenze, alle tentazioni del mondo e alla potenza di Satana (Sl 81,11-12; 2 Te 2,10-12), cosicché alla fine si induriscono persino quando si trovano sotto le stesse influenze che Dio usa per toccare il cuore di altri (Es 8,15-32; Is 6,9-10; 1 P 2,7-8).

7. Come la provvidenza generale di Dio si estende a tutte le creature, così, in maniera del tutto speciale, Egli ha cura della sua chiesa e dispone tutte le cose per il bene di essa (1 Ti 4,10; Amos 9,8-9; Is 43,3-5).

6. Della caduta dell'uomo, del peccato e della sua condanna

1. Sebbene Dio abbia creato l'uomo integro e perfetto, gli abbia dato una legge giusta la cui osservanza lo avrebbe preservato dalla morte e lo abbia avvertito che sarebbe morto se l'avesse trasgredita (Ge 2,16-17), l'uomo si mantenne solo per breve tempo in quello stato originario. Satana si servì dell'astuzia del serpente per sedurre Eva, e successivamente, per mezzo di lei Adamo che, senza esservi in alcun modo costretto, trasgredì volontariamente la legge della propria creazione ed il comandamento di Dio, mangiando il frutto proibito (Ge 3,12-13; 2 Co 11,3). E' piaciuto a Dio, secondo il suo consiglio saggio e santo, permettere questo atto, avendo deciso di usarlo per la sua gloria.

2. I nostri progenitori decaddero per questo peccato dalla loro giustizia originaria e dalla loro comunione con Dio, e noi in essi. La morte è quindi passata su tutti gli uomini (Ro 3,23) che senza eccezioni sono morti nel peccato (Ro 5,12 ss.) e totalmente corrotti in ogni loro parte e in ogni loro facoltà spirituale e fisica (Tt 1,15; Ge 6,5; Gr 17,9; Ro 3,10-19).

3. Essendo i nostri progenitori la radice e, per volontà di Dio, i rappresentanti di tutta l'umanità, il loro peccato è stato imputato e la loro natura corrotta trasmessa a tutta la loro posterità attraverso l'ordinario processo di generazione (Ro 5,12-19; 1 Co 15,21-22; 1 Co 15,45-49). I loro discendenti sono perciò concepiti nel peccato (Sl 51,5; Gb 14,4) e sono per natura figlioli d'ira (Ef 2,3), servi del peccato, soggetti alla morte (Ro 6,20; Ro 5,12) ed a tutte le altre miserie spirituali, temporali ed eterne a meno che il Signore Gesù non li liberi (Eb 2,14-15; 1 Te 1,10).

4. Tutte le trasgressioni effettive sono la conseguenza di questa corruzione originaria (Ro 8,7; Cl 1,21) che ci ha resi, inabili ed avversi a tutto ciò che è buono e totalmente inclini a tutto ciò che è male (Gm 1,14-15; Mt 15,9).

5. Durante questa vita la corruzione della natura permane in coloro che sono rigenerati (Ro 7,18-23; Ec 7,20; 1 Gv 1,8). Benché perdonata e mortificata per mezzo di Cristo, questa natura corrotta con tutte le sue tendenze è infatti veramente e propriamente peccaminosa (Ro 7,23-25; Ga 5,17).

7. Del patto divino

1. La distanza fra Dio e la creatura è così grande che, sebbene le creature dotate di ragione gli debbano obbedienza come Creatore, tuttavia non avrebbero mai potuto conseguire la ricompensa della vita se non per la volontaria degnazione di Dio che ha espresso questa realtà in un patto (Lu 17,10; Gb 35,7-8).

2. Infatti, siccome l'uomo si è messo sotto la maledizione della legge a causa della sua caduta, è piaciuto al Signore stabilire un patto di grazia (Ge 2,7; Ga 3,10; Ro 3,20-21) con il quale vengono offerte liberamente ai peccatori vita e salvezza per mezzo di Gesù Cristo, richiedendo ad essi la fede in Lui per essere salvati (Ro 8,3; Mr 16,15-16; Gv 3,16) e promettendo lo Spirito Santo, che li renda disposti e capaci a credere, a tutti coloro che sono ordinati a vita eterna (Ez 36,26-27; Gv 6,44-45; Sl 110,3).

3. Questo patto che ci viene rivelato per mezzo dell'Evangelo, era stato già precedentemente rivelato ad Adamo nella promessa di salvezza per mezzo della progenie della donna (Ge 3,15) e in seguito per gradi finché la rivelazione non divenne completa nel Nuovo Testamento (Eb 1,1). Questo patto di salvezza si basa su un accordo eterno tra il Padre ed il Figlio riguardo alla redenzione degli eletti (2 Ti 1,9; Tt 1,2). Unicamente in virtù di questo patto tutti i discendenti del decaduto Adamo che sono stati salvati hanno ottenuto vita e beata immortalità. Infatti l'uomo è ora totalmente incapace di essere accettato da Dio come lo fu Adamo prima di decadere dal suo stato di innocenza (Eb 11,6,13; Ro 4,1-2; At 4,12; Gv 8,56).

8. Di Cristo il Mediatore

1. E' piaciuto a Dio, secondo il suo proponimento eterno, eleggere ed ordinare il Signore Gesù, il suo unigenito Figlio, in conformità al patto stabilito fra entrambi, ad essere Mediatore fra Dio e l'uomo (Is 42,1; 1 P 1,19-20), Profeta (At 3,22), Sacerdote (Eb 5,5-6) e Re (Sl 2,6; Lu 1,33), Capo e Salvatore della chiesa (Ef 1,22-23), Erede di tutte le cose (Eb 1,2) e Giudice di tutto il mondo (At 17,31). Fin dall'eternità Egli ha dato al Signore Gesù una progenie, la quale nella dispensazione del tempo doveva essere da Lui redenta, chiamata, giustificata e glorificata (Is 53,10; Gv 17,6; Ro 8,30).

2. Il Figlio di Dio, la seconda persona della Santa Trinità, è il vero ed eterno Dio, lo splendore della gloria del Padre, della stessa sostanza ed uguale a Lui. Ha creato il mondo e sostiene e governa tutto ciò che ha fatto. Giunto la pienezza dei tempi ha assunto la natura umana con tutte le sue proprietà essenziali e le sue infermità comuni (Gv 1,14; Ga 4,4) ad eccezione del peccato (Ro 8,3; Eb 2,14-17; 4,15). Fu concepito dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, lo Spirito Santo venendo su di lei e la potenza dell'Altissimo coprendola dell'ombra sua, di modo che nacque da una donna della tribù di Giuda, della progenie di Abramo e di Davide secondo le Scritture (Mt 1,22-23; Lu 1,27-35). Così due intere, perfette e distinte nature furono unite inseparabilmente in una sola Persona senza tuttavia trasformarsi, senza confondersi reciprocamente e senza sovrapporsi. Tale persona è il Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, ma purtuttavia un solo Cristo, l'unico mediatore tra Dio e l'uomo (Ro 9,5; 1 Ti 2,5).

3. Il Signore Gesù con la sua natura umana unita a quella divina nella persona del Figlio, fu santificato e unto di Spirito Santo senza limite (Sl 45,7; At 10,38; Gv 3,34), avendo in se stesso tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Cl 2,3). Piacque al Padre di fare abitare in Lui tutta la pienezza (Cl 1,19) affinché essendo santo, innocente, immacolato (Eb 7,26) e pieno di grazia e di verità (Gv 1,14) potesse essere appieno fornito per esercitare l'ufficio di Mediatore e Garante (Eb 7,22). Non assunse questa posizione e questo compito di per sé, ma fu chiamato ad assumerli dal Padre (Eb 5,5) che gli ha dato ogni potestà e autorità di giudicare e gli ha comandato di esercitare questi diritti (Gv 5,22,27; Mt 28,18; At 2,36).

4. Il Signore Gesù accettò volontariamente questo ufficio e questo compito di Mediatore e Garante (Sl 40,7-8; Eb 10,5-10; Gv 10,18). Per adempiervi fu reso soggetto alla legge (Ga 4,4; Mt 3,15) che osservò perfettamente. Subì la condanna che avremmo dovuto subire noi (Ga 3,13; Is 53,6; 1 P 3,18). Fu fatto peccato e fu maledetto per noi (2 Co 5,1) patendo grandi dolori nell'anima e grandi sofferenza nel corpo (Mt 26,37-38; Lu 22,44; Mt 27,46). Fu crocifisso e morì. Dopo che fu morto il suo corpo non subì corruzione (At 13,37). Il terzo giorno risuscitò dai morti con lo stesso corpo (1 Co 15,3-4) in cui aveva sofferto (Gv 20,25-27) e con esso asceso al cielo (Mr 16,19; At 1,9-11), dove è seduto alla destra del Padre intercedendo per noi (Ro 8,34; Eb 9,24). Dal cielo tornerà per giudicare gli uomini e gli angeli alla fine del mondo (At 10,42; Ro 14,9-10; At 1,11; 2 P 2,4).

5. Il Signore Gesù, in virtù della sua perfetta obbedienza e del sacrificio di se stesso offerto una volta per sempre a Dio mediante lo Spirito eterno, ha soddisfatto completamente la giustizia di Dio (Eb 9,14; Eb 10,14; Ro 3,25-26), ha ottenuto la riconciliazione e ha acquistato una eredità eterna nel Regno dei cieli per tutti quelli che il Padre gli ha dato (Gv 17,2; Eb 9,15).

6. Sebbene il prezzo di questa redenzione sia stato pagato da Cristo soltanto dopo la sua incarnazione, tuttavia la virtù, l'efficacia ed il beneficio che ne conseguono furono comunicati agli eletti in tutte le età fin dall'inizio del mondo tramite le promesse, i tipi ed i sacrifici che accennavano a lui come alla progenie della donna che doveva schiacciare il capo del serpente (1 Co 4,10; Eb 4,2; 1 P 1,10-11) e come all'agnello immolato fin dalla fondazione del mondo (Ap 13,8); poiché Egli è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Eb 13,8).

7. Nella sua opera di Mediatore, Cristo agisce secondo entrambe le sue nature, ognuna delle quali opera ciò che le è proprio. Tuttavia data l'unità della sua persona, ciò che è proprio di una natura viene a volte attribuito nella Scrittura all'altra (Gv 3,13; At 20,28).

8. Cristo applica e comunica certamente ed efficacemente la redenzione a tutti coloro per i quali l'ha ottenuta, intercedendo per essi (Gv 6,37; Gv 10,15-16; Gv 17,9; Ro 5,10), unendoli a sè per mezzo del suo Spirito, rivelando ad essi nella Parola e per mezzo della Parola il mistero della salvezza. Egli li convince a credere e ad obbedire (Gv 17,6; Ef 1,9; 1 Gv 5,10), piegando il loro cuore con la sua Parola e con il suo Spirito (Ro 8,9-14) e vincendo tutti i loro nemici per mezzo della sua potenza e sapienza infinite (Sl 110,1; 1 Co 15,20-26). Ciò viene effettuato nel modo più consono alla sua dispensazione meravigliosa ed inscrutabile e tutto per grazia assoluta ed incondizionata senza che nessuna condizione prevista negli eletti vi cooperi (Gv 3,8; Ef 1,8).

9. Questo ufficio di mediatore fra Dio e l'uomo è proprio di Cristo soltanto, il quale è Profeta, Sacerdote e Re della chiesa di Dio. Non può essere trasferito da Lui a qualche altra persona, né interamente né in parte (1 Ti 2,5).

10. Questa serie di uffici ed il loro ordine sono essenziali: per la nostra ignoranza abbiamo bisogno del suo ufficio profetico (Gv 1,18); per la nostra alienazione da Dio e l'imperfezione di ogni nostro servizio, anche del migliore, abbiamo bisogno del suo ufficio sacerdotale per riconciliarci e presentarci a Dio come accettevoli (Cl 1,21; Ga 5,17); per la nostra riluttanza a tornare a Dio e la nostra incapacità di farlo e per la nostra liberazione e protezione da nemici spirituali abbiamo bisogno del suo ufficio regale per convincerci, sottometterci, attirarci, sostenerci, liberarci e preservarci finché raggiungiamo il suo regno celeste (Gv 16,8; Sl 110,3; Lu 1,74-75).

9. Del libero arbitrio

1. Dio ha dotato la volontà dell'uomo di una libertà naturale e del potere di scegliere e di agire in base alle proprie scelte. Questo libero arbitrio non è né forzato né destinato da alcuna necessità di ordine naturale a fare il bene o il male (Mt 17,12; Gm 1,14; De 30,19).

2. Nel suo stato d'innocenza l'uomo aveva la libertà ed il potere di volere e di fare ciò che era buono e gradito a Dio (Ec 7,29), ma era libero e perciò poteva decadere da questa condizione (Ge 3,6).

3. A causa della sua caduta in uno stato di peccato l'uomo ha perso totalmente la capacità di volere qualsiasi bene spirituale e la salvezza (Ro 5,6; Ro 8,7). Come uomo naturale, essendo totalmente avverso al bene spirituale e morto nel peccato (Ef 2,1-5), non è capace con le proprie forze di convertirsi né di disporsi alla conversione (Tt 3,3-5; Gv 6,44).

4. Quando Dio converte un peccatore e lo trasporta in uno stato di grazia, lo libera dalla schiavitù naturale del peccato (Cl 1,13; Gv 8,36) e per sola grazia lo rende capace di volere e di fare liberamente ciò che è spiritualmente buono (Fl 2,13). Tuttavia, a causa della corruzione residua, il peccatore non vuole unicamente né perfettamente ciò che è buono, ma vuole anche ciò che è malvagio (Ro 7,15-23).

5. Soltanto nello stato di gloria, la volontà dell'uomo sarà resa perfettamente ed immutabilmente libera di volere soltanto il bene (Ef 4,13).

10. Della chiamata efficace

1. Piace a Dio di chiamare efficacemente (Ro 8,30; Ro 11,7; Ef 1,10-11; 2 Te 2,13-14), in un momento fissato ed accettevole, quelli che sono predestinati a vita. Essi vengono chiamati, per mezzo della sua Parola e del suo Spirito dallo stato di peccato e morte in cui si trovano per natura a quello di grazia e salvezza per mezzo di Gesù Cristo (Ef 2,1-6). Egli illumina le loro menti perché possano capire le cose di Dio (At 26,18; Ef 1,17-18) e sostituisce i loro cuori di pietra con un cuore di carne (Ez 36,26). Rinnova la loro volontà e per mezzo della sua onnipotenza fa sì che desiderino e seguano ciò che è buono. Li attira efficacemente a Gesù Cristo (De 30,6; Ez 36,27; Ef 1,19). Tuttavia, mentre essi si avvicinano in tutta libertà, sono resi ben disposti per mezzo della sua grazia (Sl 110,3; Ca 1,4).

2. Questa chiamata efficace proviene unicamente dalla grazia incondizionata e speciale di Dio e non è motivata da una qualsiasi caratteristica presente nell'uomo. Non proviene da un qualche potere o azione della creatura che collabora con la sua grazia speciale la quale è totalmente passiva in ciò. L'uomo infatti è morto nei falli e nei peccati (2 Ti 1,9; Ef 2,8) finché non viene vivificato e rinnovato dallo Spirito Santo (1 Co 2,14; Ef 2,5; Gv 5,25) e così reso capace di rispondere alla chiamata e ricevere la grazia offerta e comunicata da esso. La forza che lo rende capace di rispondere è niente meno che quella forza che risuscitò Cristo dai morti (Ef 1,19-20).

3. I bambini eletti che muoiono nell'infanzia sono rigenerati e salvati da Cristo (Gv 3,3-6) per mezzo dello Spirito il quale opera quando, dove e come vuole (Gv 3,8). Ciò è vero anche per tutte le persone elette che non hanno la possibilità di essere chiamati esternamente per mezzo del ministero della Parola.

4. Sebbene altri che non sono eletti possano essere chiamati per mezzo del ministero della Parola e possano sperimentare alcune operazioni comuni dello Spirito (Mt 22,14; Mt 13,20-21; Eb 6,4-5), tuttavia per il fatto che non vengono attirati efficacemente dal Padre non desiderano venire a Cristo, non possono farlo e non possono quindi venire salvati (Gv 6,44-45,65; 1 Gv 2,24-25). Tanto meno possono essere salvati gli uomini che non abbracciano la religione cristiana, per quanto siano diligenti nell'ordinare la loro vita secondo le leggi della religione che professano (At 4,12; Gv 4,22; Gv 17,3).

11. Della giustificazione

1. Dio giustifica liberamente (Ro 3,24; Ro 8,30) quelli che chiama efficacemente. Non infonde in loro la giustizia, ma perdona i loro peccati e li considera e li accetta come giusti (Ro 4,5-8; Ef 1,7), e ciò non a causa di qualcosa fatto in essi o da essi, ma unicamente a causa di Cristo (1 Co 1,30-31; Ro 5,17-19). Non sono giustificati perché Dio consideri come giustizia la loro fede, il loro atto di credere o qualche altro atto di obbedienza evangelica, ma unicamente e completamente perché Dio imputa a loro l'obbedienza attiva di Cristo a tutta la legge e la sua obbedienza passiva alla morte (Fl 3,8-9; Ef 2,8-10). Essi ricevono Cristo e la sua giustizia e dipendono da Lui per mezzo della fede. Questa fede non ha origine in essi: è il dono di Dio (Gv 1,12; Ro 5,17).

2. L'unico strumento della giustificazione è la fede che riceve Cristo e la sua giustizia e che dipende da Lui (Ro 3,28). Tuttavia, questa fede non rimane da sola nella persona giustificata, ma è sempre accompagnata da tutte le altre grazie salvifiche. Non è una fede morta, ma una fede che opera per mezzo dell'amore (Ga 5,6; Gm 2,17-26).

3. Con la sua obbedienza e morte Cristo ha pagato in pieno il debito di tutti coloro che sono giustificati, e con il sacrificio di se stesso per mezzo del sangue della sua croce ha subito al posto loro la pena che meritavano. Così ha reso soddisfazione appropriata, reale e completa alla giustizia di Dio per conto loro (Eb 10,14; 1 P 1,18-19; Is 53,5-6). Tuttavia, poiché fu dato dal Padre per essi e la sua obbedienza fu accettata come pienamente soddisfacente in loro vece, (e tutto ciò incondizionatamente e non a causa di qualcosa che fosse in essi) (Ro 8,32; 2 Co 5,21), sono giustificati completamente e unicamente per grazia incondizionata, affinché nella giustificazione dei peccatori fossero glorificate sia la giustizia assoluta che la grazia abbondante di Dio (Ro 3,26; Ef 1,6-7; Ef 2,7).

4. Fin dall'eternità Dio ha determinato di giustificare tutti gli eletti (Ga 3,8; 1 P 1,2; 1 Ti 2,6), e Cristo, nella pienezza dei tempi, è morto per i loro peccati ed è risorto per la loro giustificazione (Ro 4,25). Ciò nonostante essi non sono giustificati personalmente finché lo Spirito Santo, a tempo debito, non li volga a Cristo (Cl 1,21-22; Tt 3,4-7).

5. Dio continua a perdonare i peccati di coloro che sono giustificati (Mt 6,12; 1 Gv 1,7-9), e sebbene non possano mai scadere dal loro stato di giustificazione (Gv 10,28), tuttavia, a causa dei loro peccati, possono dispiacere a Dio loro Padre (Sl 89,31-33). In questa condizione generalmente non splende per essi la luce del suo volto, finché non si umilino, confessino i loro peccati, chiedano perdono e rinnovino la loro fede ed il loro ravvedimento (Sl 32,5; Sl 51; Mt 26,75).

6. La giustificazione dei credenti durante il periodo dell'Antico Testamento era in tutti questi particolari esattamente uguale alla giustificazione dei credenti del Nuovo Testamento (Ga 3,9; Ro 4,22-24).

12. Dell'adozione

1. Dio ha garantito che in Cristo e per Cristo, il suo unigenito Figlio, tutti quelli che sono giustificati saranno fatti partecipi della grazia dell'adozione (Ef 1,5; Ga 4,4-5) per la quale vengono uniti a coloro che sono figli di Dio e ne godono le libertà ed i privilegi (Gv 1,12; Ro 8,17). Dio scrive il suo nome su di essi (2 Co 6,18; Ap 3,12) ed essi ricevono lo spirito di adozione (Ro 8,15). Hanno accesso al trono della grazia con piena fiducia, e sono resi capaci di gridare "Abba, Padre!" (Ga 4,6; Ef 2,18). Come un Padre, Dio è pietoso verso di loro (Sl 103,13), li protegge (Pr 14,26), ha cura di loro (1 P 5,7) e li corregge (Eb 12,6), tuttavia non li rigetta mai (Is 54,8-9; La 3,31), ma sono suggellati per il giorno della redenzione (Ef 4,30) quando erediteranno le promesse come eredi di una salvezza eterna (Eb 1,14; Eb 6,12).

13. Della santificazione

1. Quelli che sono uniti a Cristo, chiamati efficacemente e rigenerati, avendo un cuore nuovo ed uno spirito nuovo creati in essi in virtù della morte e risurrezione di Cristo, sono in seguito ulteriormente santificati realmente e personalmente (At 20,32; Ro 6,5-6) in virtù della morte e risurrezione di Cristo e per mezzo della sua Parola e del suo Spirito dimoranti in essi (Gv 17,17; Ef 3,16-19; 1 Te 5,21-23). Il dominio del loro corpo di peccato viene distrutto (Ro 6,14), le sue concupiscenze vengono progressivamente indebolite e mortificate (Ga 5,24) e il popolo di Cristo viene sempre più vivificato e fortificato in tutte le grazie salvifiche (Cl 1,11) per praticare la vera santità, senza la quale nessuno vedrà il Signore (2 Co 7,1; Eb 12,14).

2. Questa santificazione si estende ad ogni parte dell'intera persona (1 Te 5,23), tuttavia è incompleta in questa vita. Dei residui di corruzione rimangono in ogni parte (Ro 7,18,23) e causano una guerra continua fra parti irreconciliabili: la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne (Ga 5,17; 1 P 2,11).

3. Sebbene in questa guerra la corruzione residua possa prevalere per un certo tempo (Ro 7,23), tuttavia, grazie alla forza che lo Spirito santificante di Cristo fornisce continuamente, la parte rigenerata vince (Ro 6,14). Così i santi crescono nella grazia, compiendo la loro santificazione nel timor di Dio, ricercando una vita celeste in obbedienza evangelica a tutti gli ordini che Cristo come Capo e Re ha stabilito nella sua Parola (Ef 4,15-16; 2 Co 3,18; 2 Co 7,1).

14. Della fede salvifica

1. La grazia della fede per la quale gli eletti sono resi capaci di credere per la salvezza delle loro anime è opera dello Spirito di Cristo nei loro cuori (2 Co 4,13; Ef 2,8) ed è normalmente operata per mezzo del ministero della Parola (Ro 10,14-17). Viene anche aumentata e rafforzata dall'opera dello Spirito per mezzo del ministero della Parola, nonché dall'amministrazione del battesimo e della cena del Signore, dalla preghiera e dagli altri mezzi che Dio ha stabilito (Lu 17,5; 1 P 2,2; At 20,32).

2. Per questa fede il cristiano crede che tutto ciò che è rivelato nella Parola è verità, perché ha l'autorità di Dio stesso (At 24,14). Inoltre, (per questa fede salvifica) il cristiano vede che la Parola ha una superiorità che trascende tutti gli altri scritti e tutte le altre cose nel mondo (Sl 19,7-10; Sl 119,72), perché la Parola annuncia la gloria di Dio, rivelando i suoi attributi, mostrando l'eccellenza della natura e degli uffici di Cristo, nonché la potenza e pienezza dello Spirito Santo nelle sue attività e operazioni. In questo modo il cristiano è reso capace di fidarsi completamente della verità alla quale ha creduto (2 Ti 1,12), capire e agire in base ai vari tipi di insegnamento che particolari brani della Scrittura contengono. (La fede salvifica) gli permette di capire i comandamenti e di obbedirvi (Gv 15,14), di ascoltare le minacce con timore e rispetto (Is 66,2) e di accogliere le promesse di Dio per questa vita e per quella a venire (Eb 11,13). Però i primi e più importanti atti della fede salvifica sono quelli che concernono direttamente Cristo: accettare, ricevere e dipendere unicamente da Lui per la giustificazione, la santificazione e la vita eterna, in virtù del patto di grazia (Gv 1,12; At 16,31; Ga 2,20; At 15,11).

3. Esistono vari gradi di fede salvifica: essa può essere debole o forte (Eb 5,13-14; Mt 6,30; Ro 4,19-20). Tuttavia, anche quando è debole, è in un'altra categoria e ha una natura completamente diversa (come gli altri gradi di grazia salvifica) dal tipo di fede e dalla grazia comune possedute dai credenti temporanei (2 P 1,1). Perciò, sebbene sia spesso attaccata ed indebolita, tale fede ottiene la vittoria (Ef 6,16; 1 Gv 5,4-5), crescendo in molti fino al raggiungimento della completa certezza, per mezzo di Cristo (Eb 6,11-12; Cl 2,2), autore e perfezionatore della nostra fede (Eb 12,2).

15 . Del ravvedimento e della salvezza

1. Agli eletti che si convertono in età matura avendo vissuto per diverso tempo nello stato di uomini naturali, servendo vari piaceri e passioni, Dio accorda il ravvedimento che porta alla vita per mezzo di una chiamata efficace (Tt 3,2-5).

2. Siccome non c'è nessuno che faccia il bene e non pecchi mai (Ec 7,20), e i migliori degli uomini possono cadere in grossi peccati e provocazioni a causa della propria forte ed ingannevole corruzione e della forza della tentazione, Dio nella sua misericordia ha stabilito nel patto di grazia che quando i credenti peccano e cadono siano rinnovati a salvezza per mezzo del ravvedimento (Lu 22,31-32).

3. Il ravvedimento salvifico è una grazia evangelica (Zac 12,10; At 11,18) per la quale una persona, essendo convinta dallo Spirito Santo della malvagità del suo peccato ed avendo ricevuto la fede in Cristo, si umilia per il suo peccato con una tristezza secondo Dio, lo detesta ed ha ripugnanza di se stesso (Ez 36,31; 2 Co 7,11). In un tale stato di ravvedimento, l'individuo chiede anche il perdono e la forza che viene dalla grazia, proponendosi e sforzandosi di camminare nel cospetto di Dio in modo da piacergli in ogni cosa con la forza che lo Spirito fornisce (Sl 119,6; Sl 119,128).

4. Poiché il ravvedimento deve continuare per tutta la durata della nostra vita, data la presenza del nostro corpo di morte e dei suoi impulsi, è dovere di ogni uomo ravvedersi specificamente dei propri peccati di cui è cosciente (Lu 19,8; 1 Ti 1,13-15).

5. Ciò che Dio ha fatto per mezzo di Cristo nel patto di grazia per la preservazione dei credenti sulla via della salvezza è talmente grande che, sebbene il peccato più piccolo meriti la dannazione (Ro 6,23), non c'è un peccato abbastanza grande da dannare coloro che si ravvedono (Is 1,16-18; Is 55,7). Perciò è necessario predicare continuamente sul ravvedimento.

16. Delle buone opere

1. Le buone opere sono soltanto quelle che Dio ha comandato di fare nella sua Santa Parola (Mi 6,8; Eb 13,21), e non quelle prive di autorizzazione della Scrittura ed inventate dagli uomini per uno zelo cieco o per qualche pretesa di buone intenzioni (Mt 15,9; Is 29,13).

2. Le buone opere fatte in obbedienza ai comandamenti di Dio sono i frutti e la prova di una fede vera e vivente (Gm 2,18-22). Con esse i credenti esprimono e mostrano la loro riconoscenza (Sl 116,12-13), rafforzano la loro certezza (1 Gv 2,3-5; 2 P 1,5-11), edificano i loro fratelli, adornano la loro professione evangelica (Mt 5,16), chiudono la bocca degli avversari e glorificano Dio (1 Ti 6,1; 1 P 2,15; Fl 1,11), essendo opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone (Ef 2,10) e per portare i frutti della santificazione che hanno per fine la vita eterna (Ro 6,22).

3. La loro capacità di fare buone opere non proviene in nessun modo da loro stessi, ma unicamente dallo Spirito di Cristo (Gv 15,4-5). Per permettere loro di fare buone opere, oltre alle grazie che hanno già ricevute, è necessario che ci sia un'ulteriore influenza reale dello stesso Spirito Santo che operi in essi il volere e l'operare secondo la sua benevolenza (2 Co 3,5; Fl 2,13). In conseguenza di ciò i credenti non devono diventare negligenti come se non fossero tenuti a fare il loro dovere se non per un impulso speciale dello Spirito. Al contrario devono essere diligenti nel ravvivare la grazia di Dio che è in loro (Fl 2,12; Eb 6,11-12; Is 64,7).

4. Quelli che raggiungono il massimo grado possibile di obbedienza a Dio nel corso di questa vita sono ancora molto lontani da uno zelo totale e dal fare più di quanto Dio esige. Essi mancano anzi nei confronti di Dio in tante cose che hanno il dovere di fare (Gb 9,2-3; Ga 5,17; Lu 17,10).

5. Con le nostre opere migliori non possiamo meritare il perdono dei peccati o la vita eterna dalla mano di Dio a causa del divario fra le nostre opere migliori e la gloria a venire ed a causa della distanza infinita fra noi e Dio. Con le nostre opere non possiamo avere un qualche vantaggio né possiamo soddisfare Dio per il debito dei nostri peccati (Ro 3,20; Ef 2,8-9; Ro 4,6). Quando abbiamo fatto del nostro meglio, abbiamo fatto soltanto il nostro dovere e siamo ancora dei servitori inutili. Nella misura in cui le nostre opere sono buone, hanno origine nell'opera dello Spirito Santo (Ga 5,22-23). Però le nostre buone opere sono così contaminate da noi e così mescolate con debolezza ed imperfezione che non potrebbero reggere davanti alla severità del giudizio di Dio (Is 64,6; Sl 143,2).

6. Tuttavia, poiché i credenti come individui sono accettati per mezzo di Cristo, anche le loro buone opere sono accettate per mezzo di Lui (Ef 1,6; 1 P 2,5). I credenti in questa vita non sono completamente irreprensibili e senza biasimo agli occhi di Dio, ma Egli li vede nel suo Figlio ed è contento di accettare e ricompensare ciò che è sincero, anche se è accompagnato da molte debolezze e imperfezioni (Mt 25,21-23; Eb 6,10).

7. Le opere compiute da uomini non rigenerati possono essere sostanzialmente conformi a ciò che Dio comanda e possono fare del bene sia ai loro autori che ad altri (2 Re 10,30; 1 Re 21,27-29). Tuttavia, per il fatto che non procedono da un cuore purificato dalla fede (Ge 4,5; Eb 11,4-6) e che non sono compiute nella maniera giusta secondo la Parola di Dio (1 Co 13,1), né hanno come fine la gloria di Dio (Mt 6,2-5), sono peccaminose e non possono piacere a Dio, né rendere l'uomo atto a ricevere da lui la grazia (Amos 5,21-22; Ro 9,16; Tt 3,5). Trascurare queste opere è però ancora più peccaminoso e fa ancora più dispiacere a Dio (Gb 21,14-15; Mt 25,41-43).

17. Della perseveranza dei santi

1. Quelli che Dio ha accettato nel suo amato Figlio, ha chiamato efficacemente e santificato per il suo Spirito e a cui ha dato la fede preziosa dei suoi eletti, non possono scadere nè totalmente né definitivamente dallo stato di grazia; anzi persevereranno certamente in quello stato fino alla fine e saranno salvati eternamente. Infatti i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento ed Egli continua a creare e nutrire in essi fede, ravvedimento, amore, gioia, speranza e tutte le grazie dello Spirito che portano all'immortalità (Gv 10,28-29; Fl 1,6; 2 Ti 2,19; 1 Gv 2,19). Anche se tante tempeste e inondazioni colpissero i santi, esse non potranno mai strapparli dalla roccia su cui sono fondati per la fede. A causa della loro incredulità e delle tentazioni di Satana, la loro visione e la loro percezione della luce e dell'amore di Dio potranno per un certo tempo essere coperte e oscurate (Sl 89,31-32; 1 Co 11,32); ma Dio è sempre lo stesso e avranno la certezza di essere custoditi dalla sua potenza fino al completamento della loro salvezza. Allora godranno i beni che spettano loro. Infatti i loro nomi sono incisi sulle palme delle sue mani, ed i loro nomi sono scritti nel suo Libro della Vita fin dall'eternità (Ml 3,6).

2. Questa perseveranza dei santi non dipende da essi, vale a dire dal loro libero arbitrio, ma dall'immutabilità del decreto dell'elezione (Ro 8,30; Ro 9,11-16) il quale procede dall'amore incondizionato e immutabile di Dio Padre, dall'efficacia del merito e dell'intercessione di Gesù Cristo, dall'unione dei santi con Lui (Ro 5,9-10; Gv 14,19), dal giuramento di Dio (Eb 6,17-18), dalla dimora in essi del suo Spirito, dal seme presente in essi (1 Gv 3,9) e dalla stessa natura del patto di grazia (Gr 32,40). Tutti questi fattori danno luogo alla certezza ed infallibilità della perseveranza dei santi.

3. I santi possono cadere in peccati molto gravi a causa delle tentazioni di Satana e del mondo, del prevalere in essi delle loro tendenze peccaminose e del fatto di aver trascurato i mezzi che Dio ha provveduto per preservarli. E' possibile che continuino in questo stato per un certo tempo (Mt 26,70-74), in modo da attirare su di sé il dispiacere di Dio, da contristare il suo Spirito Santo (Is 64,5-9; Ef 4,30) e da venir privati in qualche misura delle loro grazie e consolazioni (Sl 5,10-12), da subire l'indurimento del proprio cuore ed il ferimento della propria coscienza (Sl 32,3-4), da offendere e scandalizzare gli altri e da attirare su di sé dei giudizi temporali (2 S 12,14). Ciò nonostante rinnoveranno il loro ravvedimento e saranno preservati fino alla fine per mezzo della fede in Cristo Gesù (Lu 22,32,61-62).