La storia

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L’inizio

Il 1975 segna l’inizio di questa attività evangelistica a Padova. Pietro e Lydia Bolognesi, allora in Belgio, erano stati contattati da quattro chiese italiane. Queste ultime avevano da tempo il desiderio che nel Veneto nascesse una chiesa evangelica, ma, pur pregando e avendo anche fatto qualche timido tentativo, non avevano trovato soluzioni soddisfacenti!

Le quattro chiese si collocavano nell’ambito delle chiese “dei fratelli”, e quindi in quell’area di chiese libere che in passato avevano svolto un ruolo non indifferente per l’evangelizzazione dell’Italia. La loro spiritualità era segnata da venature pietiste, ma con quella iniziativa sembravano mostrare un’ autentica apertura al cambiamento. La chiesa di S. Lazzaro, allora animata da particolare fervore, ebbe un ruolo trainante, ma anche le altre mostravano di aprirsi e si disponevano a percorrere nuovi itinerari.
Dopo un tempo di riflessione e preghiera, Pietro e Lydia Bolognesi lasciavano la loro attività professionale a Bruxelles, per stabilirsi a Padova.

Prima d’allora non erano mai stati in quella città, ma vi si recarono nella certezza che il Signore stava iniziando qualcosa d’importante. Si trattava di raccogliere una sfida impegnativa, ma c’era la serena consapevolezza di seguire la volontà di Dio. In quelle chiese e in loro si era affermato il sentimento insopprimibile di voler proclamare le non investigabili ricchezze di Cristo per partecipare a quel grande disegno che è la fondazione di una chiesa. Sarebbe stato solo un sogno?
Giunsero a Padova nel giugno del 1975 con un figlio di appena un anno. Avevano sperato di potervisi recare come parte di un gruppo, ma non era facile trovare altre persone disponibili. Malgrado l’interesse esistente e la simpatia per quella avventura di fede, non si trovò alcuno pronto a trasferirsi con loro. Vi arrivarono con la loro bianca Volkswagen con targa belga e la chiave dell’appartamento che era stato affittato allo scopo. Si avventurarono con le poche indicazioni che avevano e la speranza di non sbagliare strada e appartamento in una città ancora sconosciuta.
In città non conoscevano gran ché, né avevano avuto alcun contatto con persone del luogo.

Era un’attività pionieristica a tutti gli effetti. I primi mesi furono dunque dedicati alle questioni organizzative e alla visita a gruppi evangelici o meno esistenti in città. Si trattava di prendere contatto col territorio, capire le realtà esistenti, raccogliere eventuali suggerimenti e comunicare in maniera trasparente le intenzioni di quella nuova presenza.

Lo sviluppo

Il 1992 segnò l’inizio di una nuova fase nella vita della chiesa padovana. Il termine “moltiplicazione” rendeva assai bene quali fossero le motivazioni e il carattere della scelta.
“Nel 1992 un’altra missione evangelica, questa volta sostenuta dalla chiesa cristiana evangelica di via Bonporti a Padova, venne avviata a Vicenza. Alla base del primo nucleo c’erano un gruppo di evangelici di origine vicentina, già membri della chiesa padovana. La storia della comunità evangelicale vicentina s’intrecciava a quella della comunità padovana”.

Allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno del 1998, la chiesa apprese con grande gioia, la notizia della cessione da parte del Comune di Padova di un terreno destinato alla costruzione di un centro polivalente per Ifed.
L’entusiasmo, di solito assai contenuto, fu accompagnato anche da una raccolta spontanea di fondi per il primo mattone della nuova costruzione.
Il coinvolgimento della chiesa in questo progetto non era dettato solo dalla prospettiva di uno spazio maggiore per la chiesa, ma anche dal desiderio di voler contribuire alla promozione di una cultura evangelica alternativa.

Sarebbe infatti stato assai difficile sostenere l’utilità di un simile impegno solo in termini egoistici. Ragionare solo per la propria chiesetta, non aveva molto senso.
Ma una delle caratteristiche della chiesa era proprio stata questa apertura per una vocazione più ampia. Una vocazione che non si accontentasse di coltivare solo la dimensione della pietà personale e comunitaria e che investisse in campo culturale.
Si trattava evidentemente di un percorso controcorrente. Il quadro dominante sembrava segnato da noia e mediocrità. I sussulti provocati dalle lotterie, dalle evasioni e dagli intrattenimenti mediali, dalle “overdosi” religiose, “tenevano” per un tempo molto ridotto. Ad essi succedevano tempi segnati da perdita di senso e di direzione.

La maturazione

Nell’agosto 2003, la chiesa si trasferì nei nuovi locali di Via P. M. Vermigli 13. Si trattò di un trasferimento sobrio. Senza clamore e senza snobbismo.
Niente sagre, niente oratoria. La convinzione era che il trionfare nel tempo non fossero tanto le apparenze, quanto la realtà. E che cosa c’era di più bello che un luogo omogeneo rispetto all’identità che si professava?
L’asse portante di tutto rimaneva la predicazione e lo studio della Parola di Dio.
Poteva essere presto per rendersene conto, ma finalmente, una chiesa evangelica, si trovava in una via intestata ad un evangelico!
Anziché “il nome di qualche cardinale, papa o vescovo, veniva evocata la continuità con un importante personaggio del passato.
Anche l’architettura dell’edificio sottolineava come il culto e la cultura potessero essere strettamente collegati e potessero così avere un vero impatto.
Una simile interrelazione, rimandava a Dio Signore di tutta la vita. Tutto l’immobile evocava una particolare visione del mondo.

Focalizzava l’attenzione sul luogo in cui veniva predicata la Parola di Dio, ma nel contempo cercava di suggerire una connessione col contesto e con la storia. Si ascoltava la Parola e si celebrava Dio. C’era l’annuncio e la condivisione. Accanto, al pulpito, come due petali, erano evocati il battesimo e la santa cena come due ordinamenti del Signore e risposte alla Parola di Dio.
Le sette colonne che sorreggevano l’auditorium, ricordavano che il vero culto aveva a che fare con tutta la settimana. Altro che religione della domenica! Anche con quella architettura, si voleva sottolineare la forza di una fede impegnata in tutte le dimensioni della vita quotidiana.

Il progetto di Dio può apparire coraggioso, troppo impegnativo, troppo elevato, troppo audace, ma siccome è Dio che esige tali dimensioni, la chiesa non ha il diritto di accontentarsi di meno. Consolarsi dicendo che il Signore accetta così come si è non è sano.
La questione non è che gli altri ci accettino, ma che noi accettiamo il mondo in cui siamo stati accettati. Non c’è nulla di peggiore che essere dei disadattati dentro una reggia. Ci possono essere epoche di pausa. Epoche in cui la riflessione e l’esame di coscienza prevalgono sull’azione, ma la scommessa non può essere elusa.

Tratto dal libro “Una testimonianza evangelica a Padova” di Pietro Bolognesi – DID Padova 2005