Il dubbio (5) – La sua fisionomia (c)

Pietro BolognesiIl dubbio

Il dubbio

 

Lett.: Giac 1,2-17 (Numeri 13,1-33)

  1. La sua fisionomia (b)

Stiamo sempre parlando della fisionomia del dubbio. Desideriamo precisarlo per capire come esso agisca e quali possano essere le cause.

2.3 Potete precisarlo (le sue caratteristiche e cause)

L’ultima volta abbiamo cercato di descrivere alcune caratteristiche del dubbio.

(1) Il dubbio della paura. “Divora i suoi abitanti” (Num 13,32).

(2) Il dubbio della comodità. La “gente è alta di statura” (Num 13,32).

(3) Il dubbio della chiacchiericcio. “E si dissero l’un l’altro” (Num 14,4).

(4) Il dubbio dell’oblio. “Esplorare il paese che io do” (Num 13,2). La memoria svolge un grande ruolo nel posizionarsi rispetto alle difficoltà e alle situazioni d’incertezza. Essa può aiutare a far fronte al dubbio con una certa pacatezza perché introduce la dimensione del tempo. Rispetto all’evento c’è come un rallentamento delle reazioni che aiuta a stemperare la reazione impulsiva. Alla domanda: “cosa accadrà?” la memoria dice cosa è accaduto.

Per quanto concerne il popolo di Dio, la memoria si nutre dei grandi atti di liberazione da parte di Dio e rafforza quindi la fiducia in Lui. Dio ha certamente mantenuto il proprio impegno nell’accompagnare il Suo popolo e quando dice “io do”, è credibile.

In questo caso sembra che questi Israeliti avessero dimenticato le grandi liberazioni del passato. Come se il passato non fosse più sufficientemente presente nel loro cuore. Ma la frase è molto semplice: “il paese che io do ai figli d’Israele”. C’è un soggetto preciso: “Io”. Non dice che sarebbero stati loro a darlo ai propri figli, ma che sarebbe stato Lui.

Il loro Dio non era forse il Dio dell’esodo? In Dt 1,30 si legge delle motivazioni date da Dio per avanzare “Il Signore il vostro Dio, che vi precede, combatterà egli stesso per voi, come ha fatto tante volte sotto gli occhi vostri in Egitto”.

Era accaduto così “tante volte” sotto i loro occhi, ma queste persone sembrano ignorarlo. Come se non si fossero nutriti della storia del popolo di Dio. Avevano vissuto tante difficili vicende, ma non ne avevano colto il senso. Erano forse al corrente di qualche frammento, ma avevano coscienza della trama in cui erano inseriti?

Quando Mosè riassume il patto dirà: “Guardatevi dal dimenticare il patto che Dio ha fatto con voi” (Dt 4,23). Dio non avrebbe dimenticato, ma lo avrebbe dimenticato il popolo? Sarebbe stato tragico.

Quel patto era impregnato di fatti che attestavano la reale presenza di Dio in favore del popolo. “Soltanto bada bene a te stesso e veglia diligentemente sull’anima tua, perché non avvenga che tu dimentichi le cose che gli occhi tuoi han vedute” (Dt 4,9). L’integrità dell’uomo si misura anche con la sua capacità di far memoria della presenza di Dio nella vita del suo popolo.

Posso essere fragile e dubbioso, ma ho veramente coltivato la memoria delle cose che Dio ha fatte?

Ci sono dubbi dovuti alla dimenticanza. C’è un bagaglio di elementi che possono costituire uno zoccolo duro nella vita delle persone e che può alimentare i momenti della scelta.

(5) Il dubbio del vittimismo. “E il popolo pianse tutta quella notte” (Num 14,1). Una delle tecniche più collaudate per rimanere incerti davanti alle scelte è considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene. Ciò avviene soprattutto in un quadro collettivo.

In psichiatria può indicare quel sottile meccanismo per cui certi nevrotici si compatiscono e si compiacciono in situazioni di sofferenza. Non vogliono uscire dalla situazione, ma lamentarsene col prossimo arrivando anche a colpevolizzarlo e a ricattarlo e a trascinarlo in un vortice.

Sul piano collettivo si potrebbe parlare di “dolorismo”, intendendo con questo termine, appunto, un’esaltazione malsana della sofferenza. Se ci si lamenta si è certi di avere la comprensione e la solidarietà di altri. Non ci si rende conto, ma nello sfondo c’è un’idea ciclica o dialettica della sofferenza.

Anche se la Scrittura insegna che si deve chiedere a Dio senza dubitare, si preferisce rimanere nell’incertezza come “un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là”.

(6) Il dubbio della ribellione. “E tutti i figli d’Israele mormorarono contro Mosé e contro Aronne” (Num 14,2). Poiché Dio aveva scelto Mosé e Aronne, il popolo si ribellò a questi conduttori.

Era successo anche prima. Avevano appena cantato il canto di liberazione dopo l’uscita dall’Egitto che si legge: “E il popolo mormorò contro Mosè” (Es 15,24). Questo era veramente un popolo ribelle. Aveva sempre la sua da dire. Non aveva fiducia negli uomini perché non aveva fiducia in Dio.

Ci sono tanti modi di aderire ad un progetto. Forse avevano aderito al progetto lanciato da Mosè solo perché solleticava le loro ambizioni, la loro comodità, senza giganti e senza combattimenti.

Avevano forse aderito al progetto perché quello collettivo sfiorava quello personale. Sembravano coinvolti in qualcosa d’ambizioso, ma in fondo erano loro stessi al centro e non Dio.

La ribellione ai conduttori era in fondo una ribellione più profonda. Era ribellione nei confronti di Dio. “E perché ci conduce l’Eterno in quale paese…?” (Num 14,3-4). C’è un vero e proprio rigetto del disegno provvidenziale di Dio. Anziché fidarsi di Dio si assume l’autoreferenzialità come piattaforma per valutare la realtà. Si pensa d’essere così intelligenti da poter fare domande a Dio. “Cosa sta facendo?”

Vuol dire che l’autorità è subita e non amata. Si fanno le cose per dovere. “Mi tocca”! Chissà se io amo veramente l’autorità o la subisco!?

In questo modo ci si ribella a Dio nutrendosi di un’idea distorta di Lui. Non ci si nutre della fedeltà di Dio. Ci si trascina insieme agli altri senza essere veramente persuasi delle ragioni che fanno di questo popolo un popolo differente.

Ci sono dubbi dovuti al rifiuto dell’autorità di Dio. Malgrado forme molto rispettose si diffida di Lui, della sua fedeltà e della sua capacità di prendersi cura di noi.

  1. Potete verbalizzarlo

Individuare la realtà del dubbio è un primo passo. Bisogna sapersi dire che siamo dubbiosi non a causa delle cose, ma a causa della loro interpretazione. La questione non a che fare con la realtà, ma con l’identità. Nessun progetto esiste a sé. Va collocato nel mondo di Dio.

Il secondo passo per far fronte al dubbio è quello di chiamarlo per nome. Malgrado il suo carattere sfuggente, il dubbio ha la fisionomia della paura, della comodità, del chiacchiericcio, dell’oblio, del vittimismo e della ribellione. Precisare questa fisionomia è di grande aiuto per affrontarlo con serietà.

E poiché si tratta della promessa di Dio, ogni dubbio corrisponde in fondo a una tragica forma d’incredulità. Sono incerto sulla realtà, sul progetto, sugli uomini, perché in fondo sono incerto su Dio stesso!

Il dubbio dipende da frattura con Dio. La Sua promessa non ha la chiarezza, la forza, il vigore derivanti da Chi l’ha fatta. In questo modo non permetto all’Autore della promessa di completare la Sua opera di guarigione in me. Così rimangono la paura, la comodità, il chiacchiericcio, la dimenticanza, il vittimismo, in fondo la ribellione.

“Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.” (Giac 1,5-8). “Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento” (Giac 1,16-17).

Per la grazia di Dio confesso la mia incredulità e m’inchino a Lui. Confesso le mie titubanze e gli chiedo d’intervenire nel mio dubbio.