Il dubbio (1) – La sua plausibilità (a)

Pietro BolognesiIl dubbio

Il dubbio

 

Lett.: Numeri 13,1-33 (Dt 1,19-33)

Il dubbio costituisce un fenomeno molto diffuso. Soprattutto per quanto riguarda le questioni religiose, esso appare un fenomeno molto in voga. Difficile trovare persone che non abbiano avuto a che fare con esso.

Il dubbio è anche qualcosa di complesso. C’è sicuramente un elemento legato al condizionamento sociale. Si dubita perché è usuale dubitare. Chi non dubita viene considerato un ingenuo, uno sprovveduto, un immaturo.

Il dubbio ha anche una forte dimensione personale. Rimanda ad un’inquietudine profonda che tocca la persona non solo nel suo modo di fare, ma anche di essere. Non solo nei comportamenti, ma anche nel più profondo di lui stesso. Una fragilità che impedisce le scelte radicali.

A ben vedere è complessa perché non è solo una questione sociale, intellettuale, personale, ma anche spirituale. Ce n’è abbastanza per essere confrontati a qualcosa di impegnativo.

Questo brano ci presenta l’episodio degli esploratori mandati in Canaan. Su di esso ha predicato Leonardo De Chirico in occasione della fondazione delle chiese Cerbi (2006) in un messaggio memorabile “Chi vuole andare avanti?”, che meriterebbe di essere riascoltato.

Canaan era il paese che il Signore voleva dare al suo popolo e lo aveva fatto in maniera veramente particolare. Si era preso cura del suo popolo fino a quel punto, ma aveva in serbo qualcosa d’ancor più prezioso. Il suo era un disegno straordinario!

  1. La sua plausibilità

L’idea d’esplorare il paese prima di entrarvi appare abbastanza ragionevole e plausibile. Come si fa a far fronte a nuove situazioni se non si è certi della loro convenienza e opportunità?

1.1 Potete problematizzare

Qui si legge che il Signore ordinò a Mosè di mandare degli uomini. “Il Signore disse a Mosè: manda degli uomini a esplorare il paese di Canaan” (Num 13,2). Sembra che sia il Signore stesso a volere questa iniziativa. In realtà, Deuteronomio 1 documenta che questa esigenza proveniva dal popolo. “Voi tutti vi avvicinaste a me e diceste: ‘mandiamo degli uomini davanti a noi’” (Dt 1,22).

Il Signore aveva invitato tutte queste persone a salire e prenderne possesso, ma l’invito del Signore non sembrava sufficiente. Queste persone avevano dei dubbi sul disegno del Signore. C’era la Sua parola: “Ecco, il Signore, il tuo Dio, ha messo davanti a te il paese; sali, prendine possesso, come il Signore, il Dio dei tuoi padri, ti ha detto; non temere e non ti spaventare” (Dt 1,21), ma sembrava non bastasse. Come se non si fidassero di Dio e che bisognasse avere maggiori garanzie.

Il discorso di questi uomini sembra ragionevole e sensato, ma nasconde un dubbio verso Dio stesso. Si evoca l’esplorazione del paese, l’individuazione della via, le città in cui giungere (Num 13,17-20). Il proposito non fa una piega! Sembra pensato con molta ragionevolezza. Non ci si rende però conto che in fondo questa ragionevolezza così finemente articolata è riconducibile non solo a un dubbio sul piano di Dio, ma dubbio verso Dio stesso. Il sospetto che Lui non sia in grado di fornire un piano adeguato e che ci sia bisogno di ulteriori puntelli.

Con la problematizzazione il popolo cerca di sottrarsi al rischio della presa di posizione diretta e chiara nei confronti dell’invito di Dio. Si pensa di temporeggiare senza prendere immediatamente posizione. Non ci si rende però conto che anche il dubbio è già una forma di confessione. Dubitando davanti all’ordine di Dio si dimostra d’avere già qualche forma di certezza. Si pensa di saperla più lunga di Dio.

Con la problematizzazione il popolo tenta di porre dei filtri tra la parola di Dio e la realtà. “Voi tutti vi avvicinaste a me e diceste: ‘mandiamo degli uomini davanti a noi’” (Dt 1,22). Si cercano degli intermediari come se fosse possibile evitare d’assumere responsabilità diretta nei confronti di Dio. La problematizzazione è quindi una sottile tecnica che fa leva sulla fragilità di tutti attenuando, se possibile, le responsabilità.

Dio è talmente straordinario da assumere anche le incertezze umane. Lui non ha alcuna difficoltà a collocare il nostro dubbio dentro la sua cornice. Sa molto bene come ragionano gli uomini e non si sottrae alle loro ansie.

Il Signore è veramente un Gentlemen. Non infierisce su questi omarelli. Non condanna la possibilità dei dubbi. “Volete avere delle garanzie? Le avrete! Anzi, sarò io stesso a strutturare questa vostra ansia. Non faccio progetti senza pagarne il prezzo”.

Certe vicende possono quindi essere lette come circostanze di verifica davanti a Dio. Un modo che Dio ha per accondiscendere alla nostra pochezza. Dio permette che l’uomo passi attraverso degli interrogativi. Nella sua straordinaria misericordia non teme la chiusura dell’uomo. Anche se gli interrogativi sono profondi, sa di potervi far fronte.

1.2 Potete toccare

In Numeri 13 si legge dunque che il Signore disse a Mosè il da farsi. In un’ottica federalista sono mandati rappresentanti per ogni tribù (Num 13,2). “Per la tribù di Ruben: Sammua, figlio di Zaccur…” (4). Sono rappresentate tutte le istanze. Tutti possono rendersi conto di persona e toccare un anticipo dei doni di Dio.

In questo modo di fare di Dio c’è già una parziale riposta alla questione del dubbio. La questione del dubbio non può essere mediata. Non è ammessa alcuna delega. Ciascuno è responsabile davanti a Dio della risposta al Suo invito.

Questi uomini vedono comunque cose straordinarie. Toccano con mano la verità di certe affermazioni. Giunti nella valle di Escol tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva che portarono in due (23)! Il Signore non li ha ingannati. C’è l’uva, le melagrane, i fichi!

Trovarono tanto e presero qualcosa da mostrare. Il paese promesso non era un miraggio. Non era un’invenzione di qualche esaltato. Nemmeno una proiezione della fede. Era qualcosa di concreto che poteva essere toccato, portato e mostrato.

Dopo il viaggio gli esploratori fanno un resoconto. “Fecero il loo racconto” (13,27). Non sono persone da poco e non si sono accontentati di un’occhiata superficiale. Hanno fatto salite (13,21.22). Hanno fatto un lungo percorso durato quaranta giorni (13,25). E poi ritornano da Mosè, Aronne e a tutta l’assemblea per riferire ogni cosa e mostrare i frutti del paese (26).

Il loro racconto è concreto: dissero: “Noi arrivammo nel paese dove tu ci mandasti, ed è davvero un paese dove scorre il latte e il miele, ed ecco alcuni suoi frutti” (27). A questo stadio c’è tanto realismo.

Si ha l’impressione che queste persone siano dentro al popolo di Dio. A ben vedere sono ammiratori di un sogno piuttosto che persone pronte a farlo proprio. Se si guardano le cose superficialmente si potrebbe rispondere in modo affermativo, ma se le si analizza più dettagliatamente si ha difficoltà a credere che tengano veramente alla terra promessa. Alla descrizione non segue una decisione. Nessun slancio.

Apparentemente fanno parte del popolo di Dio, nella sostanza non ne condividono le aspirazioni più profonde. Pensano al latte e al miele per loro stessi. Fanno parte di un popolo che ha un sogno, quello della terra promessa, ma danno l’impressione d’essere più preoccupati della loro propria sicurezza che della conquista. Più preoccupati della propria reputazione che di quella di Dio.

Il dubbio sembra attingere a questa prima dissociazione. La polarizzazione tra la propria collocazione formale e quella di sostanza. Come si fa a lanciarsi in un progetto così pregnante come quello della conquista della terra promessa se la mira di fondo è quella di non essere troppo scombussolati dalle varie vicende?

Si capisce che il Dio che ha provveduto nei giorni antichi per il suo popolo, è ancora all’opera. Questi grappoli sono l’esperienza della benedizione presente di Dio. Dio rimane un Dio generoso. Vuol dire che le cose stanno veramente così! Il disegno è bello e affidabile. La sua promessa è sicura. Come si fa a sospettare di Lui?

Il Signore accetta dunque che vi sia il dubbio nella vita degli uomini. Accetta che si problematizzi il suo piano. E’ qualcosa di straordinario!

C’è però qualcosa che si deve cominciare a riconoscere. In qualunque esperienza ci sono elementi inconfondibili della bontà della promessa di Dio. Qualcosa che si può toccare e persino mostrare. In fondo quel che ti manca non è qualcosa, ma Qualcuno, Qualcuno che ti aiuti a unificare il mondo. Dio m’invita fin da ora a fuggire ogni dissociazione. “Signore, fa che la mia collocazione formale coincida con quella del cuore”.