Fede e superstizione /2

SergioBlog

di Pietro Bolognesi

segue dall’articolo precedente, in cui si concludeva anticipando la necessità di alcuni rilievi critici

Assenza di riferimenti scritturistici. Nell’evocazione della pietà ci si sarebbe aspettati qualche orientamento biblico. In genere si presta grande attenzione a cercare supporti d’ogni tipo a sostegno della propria prassi, ma i vari documenti brillano per questa assenza. Sembra perfino che il collegamento con l’insegnamento biblico non interessi o non sia rilevante.

Nella Scrittura si parla di “pietà” (eusébeia) come vita coerente rispetto alla rivelazione di Dio. Essa è posta in contrasto con l’”empietà” (asébeia: Tt 2,12) di chi vive lontano da Dio. Si potrebbe leggere tutta la Scrittura come conflitto tra una religiosità naturale e quindi fuori dall’alleanza e una religiosità redenta nell’ambito dell’alleanza, come contrapposizione tra asébeia e eusébeia.

Equivoci sul ruolo della religione naturale. Nell’evocazione della religione naturale ci si potrebbe attendere qualche considerazione sul suo rapporto col peccato e con la grazia di Dio. Come si fa a parlare di un’esperienza universale senza fornire alcuna qualificazione? Quale sarebbe il senso della rivelazione speciale di Dio se quella naturale sarebbe già di per se stessa così significativa?

Nello sfondo di certi documenti cattolici traspare l’idea che la pietà popolare implichi il superamento della divisione tra credenti e non credenti. Esisterebbe cioè una pietà popolare che accomunerebbe gli uni e gli altri in una comune sensibilità culturale. Ma la cultura non ha forse sia caratteri di omogeneità che di eterogeneità? Se ci sono fattori d’unità vi sono anche elementi di diversità e d’antagonismo. E poi che senso si dovrebbe attribuire a una spiritualità fuori dall’alleanza con Dio?

Ambivalenze nei dialoghi esistenti. Nell’ambito dei dialoghi esistenti sembra obbligatorio limitarsi a considerazioni dottrinali lasciando totalmente da parte ogni esperienza legata alla pietà popolare. C’è una sorta di fair play per cui sembra che teologia e pietà popolare possano essere totalmente sganciate l’una dall’altra. La spiritualità dell’interlocutore è assunta come qualcosa che va integralmente rispettata senza tentare alcun collegamento. Si tratta di un fair play rovinoso. Un modello di relazioni che ignora la dimensione complessiva che sottende ogni vero rapporto. Come se si dovesse totalmente separare teologia e prassi.

Se la pietà popolare è di per sé un “atto di evangelizzazione”, si è sicuri d’intendersi quando si parla d’evangelizzare insieme? Basta usare gli stessi termini per comprendersi? Si sta parlando delle stesse cose o gli stessi termini veicolano concetti diversi o persino opposti? Si può dire d’avere veramente la percezione delle questioni nel loro complesso?

Sarebbe ingenuo pensare che il mondo evangelico sia totalmente estraneo a forme di superstizione. Esse potrebbero essere riscontrate nell’uso delle Scritture, in certi appelli al pentimento e cambiamento, nell’esercizio d’autorità spirituale, eccetera. La vigilanza su certe forme di spiritualità non sarà mai troppa. In questa sede si è però focalizzata l’attenzione sul fronte cattolico romano.

La rivelazione biblica illustra il combattimento dei profeti contro chi si prostrava davanti agli idoli sostenendo che chi si dava a tali pratiche diventava esso stesso vanità. Interessante rilevare come ancora oggi vi siano ambienti che riflettono sul tema dell’idolatria dando anche luogo a un’ampia pubblicistica sull’argomento mentre altri sembrano quasi indifferenti all’argomento. Anche questo dà a pensare. La superstizione non è forse un rischio così remoto come si potrebbe pensare.