Fede e superstizione /1

SergioBlog

di Pietro Bolognesi

Col termine “superstizione” s’intende in genere forme rituali e credenze derivanti da ignoranza o da atteggiamenti di natura irrazionale. La superstizione costituisce quindi un fenomeno estremamente diffuso e praticamente universale. Non esiste Paese al mondo che possa dirsi totalmente indenne da pratiche di tipo superstizioso. Anche nei contesti apparentemente meno religiosi, la superstizione rimane un fenomeno estremamente diffuso.

Molte religioni e forme di spiritualità potrebbero essere considerate forme di “superstizione” ma senza l’assunzione d’un parametro in grado di valutare le varie esperienze sarebbe difficile se non impossibile dirimere le questioni. Sarebbe, infatti, facile considerare superstizione qualunque manifestazione strana o estranea al proprio vissuto. Per il cristiano l’unico criterio in grado di tranciare tra religione e superstizione rimane la Scrittura. Solo essa è in grado di qualificare come autentica o semplice contraffazione le forme di religiosità e spiritualità.

In campo cattolico l’enciclica Evangelii gaudium afferma che nella pietà popolare “si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi” (EG 123). In essa vi sarebbero valori “di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine” (EG 68). In essa sarebbe infatti contenuta una “forza evangelizzatrice” (EG 122).

In proposito esiste anche un Direttorio su liturgia e pietà popolare. Principi e orientamenti (2002), che offre anche la spiegazione dei termini. S’apprende così che la religiosità popolare va letta come un’esperienza universale di religiosità che non andrebbe messa in discussione. Essa è accettata come un dato di fatto e basta. Si riconosce che c’è un abuso nell’uso delle reliquie al limite del magico con la commercializzazione in siti informatici, o con le processioni con statue che si fermano a onorare le abitazioni di personaggi discussi, o le frequenti visioni o apparizioni. Ma tutto questo non elimina l’idea d’una innata propensione religiosa dell’essere umano che non verrebbe messa in discussione dalla rivelazione. La pietà popolare trova quindi la sua ragion d’essere nella religiosità naturale.

Una prima considerazione riguarda l’assenza d’ogni riferimento alla dimensione del peccato e dell’alleanza spezzata. L’uomo è considerato a prescindere da una cornice di fondo. La struttura redentiva fornita dalla Scrittura che implica una relazione nell’ambito dell’alleanza rispetto alla naturale rottura dell’alleanza, è totalmente ignorata.

Anche la costituzione liturgica del Vaticano II ammette che “La vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia” (Sacrosantum Concilium 12). La religiosità popolare è assunta non come una forma di religiosità superficiale, ma come espressione legittima del popolo di Dio. Qualcosa con una vera e propria valenza catechetica e antiereticale al punto che all’inizio della modernità “era stata efficace per arginare gli effetti negativi del movimento protestante” (Direttorio… 42)!

Ogni problematizzazione della pietà popolare non terrebbe quindi conto del fatto che essa è comunque “promossa e sorretta dallo Spirito”, e produce “frutti di grazia e santità”. Anche Benedetto XVI, pur rilevando i limiti di una devozione spontanea e irriflessa, afferma che è “un grande patrimonio da custodire e far crescere” perché “attraverso di essa la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti” (Lettera ai seminaristi [18.10.2010], 4).

E’ vero che il rischio di una religiosità semplicemente culturale è diffuso anche al di là del cattolicesimo, ma è forse il caso di fare qualche osservazione critica.

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