La confessione di fede battista del 1689

“Il nostro desiderio è quindi quello di glorificare Dio in tutta la nostra vita contribuendo all’estensione del suo regno e facendo conoscere Dio ad altri affinché anch’essi gioiscano per sempre della Sua presenza.”Inizio della prefazione (1688)
1. La Sacra Scrittura è la regola unica e sufficiente, certa ed infallibile di ogni conoscenza, fede ed obbedienza salvifiche (2 Ti 3,15-17; Is 8,20; Lu 16,29-31; Ge 2,20).
Sebbene la luce della natura e le opere della creazione e della provvidenza manifestino la bontà, la sapienza e la potenza di Dio al punto che l’uomo è inescusabile, esse non sono sufficienti a fornire quella conoscenza di Dio e della sua volontà che è necessaria alla salvezza (Ro 1,19-21; Ro 2,14-15; Sl 19,1-3).
In vari tempi ed in molte maniere Dio ha voluto quindi rivelarsi e dichiarare la sua volontà alla sua chiesa (Eb 1,1). In seguito, per preservare e propagare meglio la verità e per stabilire ed incoraggiare la chiesa proteggendola dalla corruzione della carne, dalla malizia di Satana e dal mondo, il Signore ha voluto che la sua verità rivelata venisse messa interamente per iscritto. Poiché oggi Dio ha abbandonato i modi da Lui usati precedentemente, per rivelare la sua volontà al suo popolo, le Sacre Scritture sono assolutamente necessarie (Pr 22,19-21; Ro 15,4; 2 P 1,19-20).

2. Sotto il titolo di Sacra Scrittura (o Parola di Dio scritta) sono contenuti tutti i seguenti libri dell’Antico e del Nuovo Testamento:
Antico Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici, Ruth, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache, Esdra, Nehemia, Ester, Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Isaia, Geremia, Lamentazioni, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Habacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.
Nuovo Testamento: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti, Romani, 1 e 2 Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1 e 2 Tessalonicesi, 1 e 2 Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei, Giacomo, 1 e 2 Pietro, 1, 2 e 3 Giovanni, Giuda, Apocalisse.
Tutti questi libri sono stati ispirati da Dio perché costituissero regola di fede e di condotta (2 Ti 3,16).

3. I libri comunemente chiamati “apocrifi”, non essendo divinamente ispirati, non fanno parte del canone della Scrittura, non hanno alcuna autorità per la chiesa di Dio e non devono essere considerati o utilizzati in modo diverso da quanto avviene per altri scritti umani (Lu 24,27; Lu 24,44; Ro 3,2).

4. L’autorità della Sacra Scrittura per la quale dobbiamo crederla, non dipende dalla testimonianza di qualche uomo o di qualche chiesa, ma interamente da Dio, il suo Autore (che è la Verità stessa). Essa deve venire ricevuta per il fatto di essere la Parola di Dio (2 P 1,19-21; 2 Ti 3,16; 2 Te 2,13; 1 Gv 5,9).

5. La testimonianza della chiesa può suscitare in noi riverenza ed alta considerazione per le Sacre Scritture. Tuttavia la natura stessa delle Scritture prova sufficientemente che esse sono Parola di Dio. La sublimità del contenuto, l’efficacia della dottrina, la maestà dello stile, l’armonia di tutte le parti, il loro scopo comune di dare tutta la gloria a Dio, la piena rivelazione dell’unica via per la salvezza dell’uomo, accanto a molti altri pregi incomparabili e perfezioni assolute confermano indiscutibilmente questa convinzione.
Nonostante ciò, la nostra piena persuasione e sicurezza sulla verità infallibile della Scrittura e della sua autorità divina viene dall’opera interiore dello Spirito Santo che testimonia per mezzo della Parola ed insieme alla Parola nel nostro cuore (Gv 16,13,14; 1 Co 2,10-12; 1 Gv 2,20,27).

6. Tutto il consiglio di Dio relativo alla sua gloria, alla salvezza, alla fede e alla vita dell’uomo, è esplicitamente descritto, oppure necessariamente contenuto nella Sacra Scrittura. In nessun tempo, né in base ad una nuova rivelazione dello Spirito, né alle tradizioni degli uomini, deve esservi aggiunto alcunché (2 Ti 3,15-17; Ga 1,8,9).
Ciò nonostante riconosciamo la necessità di una illuminazione interiore dello Spirito di Dio per una comprensione salvifica delle realtà rivelate nella Parola (Gv 6,45; 1 Co 2,9-12).
Ci sono alcune condizioni riguardanti l’adorazione di Dio ed il governo della chiesa che sono comuni a tutte le società e attività umane e che devono essere ordinate alla luce della natura e dalla prudenza cristiana secondo le regole generali della Parola che si devono sempre osservare (1 Co 11,13-14; 1 Co 14,26,40).

7. Non tutto il contenuto della Scrittura è in sè di uguale chiarezza, né tale appare a tutti (2 P 3,16).
Tuttavia, le cose essenziali che si devono conoscere, credere e osservare per essere salvati sono presentate e rivelate così chiaramente in alcune parti della Scrittura che non solo l’uomo istruito, ma anche quello incolto può giungere ad una comprensione sufficiente con l’ausilio dei mezzi comuni (Sl 19,7; Sl 119,130).

8. L’Antico Testamento scritto in ebraico (che era la lingua madre del popolo di Dio nell’antichità) (Ro 3,2) ed il Nuovo Testamento scritto in greco (che era la lingua più diffusa fra le nazioni al momento della sua stesura) furono direttamente ispirati da Dio e conservati puri attraverso i secoli dalla sua singolare cura e dalla sua provvidenza. Sono perciò attendibili e la chiesa deve considerarli normativi in tutte le controversie dottrinali (Is 8,20). Poiché non tutto il popolo di Dio conosce le lingue originarie, pur avendo il diritto di disporre delle Scritture e di interessarsi ad esse ed il dovere di leggerle (At 15,15) e di investigarle (Gv 5,39) nel timore di Dio, le Scritture devono essere tradotte nella lingua di ogni nazione (1 Co 14,6; 1 Co 14,9; 1 Co 14,11-12; 1 Co 14,24; 1 Co 14,29), affinché la Parola di Dio, abitando doviziosamente in tutti, possa indurre ad adorare Dio in modo accettevole e affinché la pazienza e la consolazione delle Scritture permettano di ritenere la speranza (Cl 3,16).

9. La regola infallibile per l’interpretazione della Scrittura è la Scrittura stessa. Perciò, quando si presenta un problema riguardo al significato vero e completo di un brano della Scrittura (la quale è un’unità e non una pluralità di scritti indipendenti l’uno dall’altro) tale brano deve essere esaminato alla luce di altri più chiari (2 P 1,20,21; At 15,15,16).

10. La Scrittura trasmessaci dallo Spirito Santo costituisce l’unico e supremo arbitro per la soluzione di tutte le controversie in campo religioso e per l’esame dei decreti di tutti i concili, delle opinioni di scrittori antichi, delle dottrine umane e delle opinioni personali. Il verdetto della Scrittura deve essere sufficiente per noi, poiché la nostra fede è basata sulla suprema istanza della Scrittura trasmessaci dallo Spirito (Mt 22,29-32; Ef 2,20; At 28,23).

1. Il Signore Iddio nostro è l’unico Dio vivente e vero (1 Co 8,4-6; De 6,4). Egli sussiste in se stesso e di per se stesso (Gr 10,10; Is 48,12); è infinito nel suo essere e nella sua perfezione. La sua essenza non può essere compresa da nessuno, se non da lui stesso (Es 3,14). E’ spirito purissimo (Gv 4,24), invisibile, senza corpo, senza parti né passioni; Egli solo possiede l’immortalità; dimora in una luce inaccessibile (1 Ti 1,17; De 4,15-16); è immutabile (Ml 3,6), incommensurabile (1 R 8,27; Gr 23,23), eterno (Sl 90,2), incomprensibile, onnipotente (Ge 17,1), in ogni senso infinito, assolutamente santo (Is 6,3), saggio, libero ed indipendente. Egli opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà assolutamente immutabile e giusta (Sl 115,3; Is 46,10) per la propria gloria (Pr 16,4; Ro 11,36). Egli è veramente amorevole, benigno, misericordioso, longanime, pieno di bontà e di verità; Egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano (Es 34,6-7; Eb 11,6) e, nello stesso tempo, è veramente giusto e tremendo nei suoi giudizi (Ne 9,32-33); odia il peccato (Sl 5,5-6) e non terrà il colpevole per innocente (Es 34,7; Na 1,2-3).

2. Siccome Dio ha tutta la vita (Gv 5,26), la gloria (Sl 148,13), la bontà (Sl 119,68), la beatitudine, in se stesso e da se stesso, è unico nel senso che è completamente sufficiente sia in se stesso che per se stesso non avendo bisogno di alcuna delle sue creature né derivando gloria da esse (Gb 22,2-3). Al contrario, è Dio a manifestare la sua gloria in esse, per mezzo di esse, ad esse e su esse. Egli è l’unica fonte di tutta l’esistenza; da Lui, per mezzo di Lui e per Lui sono tutte le cose (Ro 11,34-36). Egli esercita un dominio completamente sovrano sopra tutte le creature, al fine di fare per mezzo di esse, per esse e ad esse tutto ciò che Egli vuole (Da 4,25,34-35). Tutte le cose sono scoperte e manifeste ai suoi occhi (Eb 4,13). La sua conoscenza è infinita, infallibile e non dipende dalla creatura. Ne consegue che niente è per Lui contingente o incerto (Ez 11,5; At 15,18). Egli è assolutamente santo in tutto il suo consiglio, in tutte le sue opere (Sl 145,17) e in tutti i suoi comandamenti. Sia gli uomini che gli angeli gli devono tutta l’adorazione (Ap 5,12-14), il servizio o l’ubbidienza cui sono tenuti come creature verso il loro Creatore e qualunque altra cosa che Egli desideri chiedere loro.

3. In questo esser divino ed infinito sono presenti tre persone; il Padre, la Parola o Figlio e lo Spirito Santo (1 Gv 5,7; Mt 28,19; 1 Co 13,14), tutte uguali in sostanza, in potenza ed in eternità. Ognuna di esse possiede l’intera essenza divina, pur restando tale essenza indivisa (Es 3,14; Gv 14,11; 1 Co 8,6). Il Padre non è stato generato né procede da un qualsiasi altro. Il Figlio è eternamente generato dal Padre (Gv 1,14-18). Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (Gv 15,26; Ga 4,6). Tutti e tre sono infiniti, senza inizio e quindi costituiscono un solo Dio. La loro natura e la loro essenza sono indivisibili, ma essi si distinguono a seconda delle loro qualità particolari e delle loro relazioni personali. La dottrina della Trinità è il fondamento di tutta la nostra comunione con Dio e della nostra serena dipendenza da Lui.

1. Dio ha decretato dall’eternità, secondo il santo e saggio consiglio della propria volontà, in modo libero ed immutabile, tutte le cose che avrebbero avuto luogo (Is 46,10; Ef 1,11; Eb 6,17; Ro 9,15-18). Tuttavia ciò non implica affatto che Dio sia autore di peccato, che abbia comunione con qualcuno (Gm 1,13; 1 Gv 1,5) nel commettere peccati, che venga fatta violenza alla volontà della creatura, che venga tolta la libertà o la contingenza delle cause seconde. Queste, al contrario, sussistono (At 4,27-28; Gv 19,11). Vengono così manifestate la sapienza di Dio nel disporre tutte le cose ed anche la sua potenza e la sua fedeltà nell’adempimento del suo decreto (Nu 23,19; Ef 1,3-5).

2. Benché Dio conosca tutto ciò che può avvenire in tutte le condizioni immaginabili (At 15,18), non è mai stato indotto a decretare alcunché per il fatto di averlo previsto come qualcosa che avrebbe potuto verificarsi nel futuro o che sarebbe avvenuto in determinate situazioni (Ro 9,11-18).

3. Per decreto di Dio e per la manifestazione della sua gloria, alcuni uomini ed angeli sono predestinati o preordinati a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo (1 Ti 5,21; Mt 25,34), a lode della sua grazia gloriosa (Ef 1,5-6). Altri vengono lasciati agire nel loro stato di peccato fino alla loro giusta condanna, a lode della sua giustizia gloriosa (Ro 9,22-23; Gd 4).

4. Gli angeli e uomini predestinati e preordinati in questo modo sono designati individualmente ed immutabilmente. Il loro numero è così certo ed esatto che non può essere né aumentato né diminuito (2 Ti 2,19; Gv 13,18).

5. Quelli che sono predestinati a vita sono stati eletti da Dio prima della fondazione del mondo secondo il suo proponimento eterno ed immutabile, secondo il consiglio segreto ed il beneplacito della sua volontà. Dio li ha eletti in Cristo a gloria eterna unicamente per il suo amore e per la sua grazia incondizionata (Ef 1,4-11; Ro 8,30; 2 Ti 1,9; 1 Te 5,9), senza esservi indotto da nessuna condizione o causa presenti nella creatura (Ro 9,13-16; Ef 2,5,12).

6. Poiché Dio ha ordinato a gloria gli eletti, così, secondo il consiglio della sua volontà eterna e completamente libera; Egli ha preordinato tutti i mezzi necessari per realizzare la loro salvezza (1 P 1,2; 2 Te 2,13). Di conseguenza, coloro che sono eletti, essendo decaduti in Adamo, sono redenti da Cristo (1 Te 5,9-10), vengono efficacemente chiamati alla fede in Cristo dal suo Spirito che opera a suo tempo, sono giustificati, adottati, santificati (Ro 8,30; 2 Te 2,13), e vengono custoditi dalla sua potenza mediante la fede in vista della salvezza (1 P 1,5). Nessuno al di fuori degli eletti è redento da Cristo, chiamato efficacemente, giustificato, adottato, santificato e salvato (Gv 10,26; Gv 17,9; Gv 6,64).

7. La dottrina di questo grande mistero della predestinazione deve essere trattata con una particolare prudenza e cura affinché gli uomini che prestano attenzione alla volontà di Dio rivelata nella sua Parola e che ubbidiscono ad essa possano essere sicuri della loro elezione eterna dalla certezza della loro vocazione efficace (1 Te 1,4-5; 2 P 1,10). In questo modo, la dottrina sarà motivo di lode (Ef 1,6; Ro 11,33), riverenza e ammirazione per Dio e sarà anche motivo di umiltà (Ro 11,5-6,20), diligenza e abbondanza di consolazione per tutti coloro che ubbidiscono all’Evangelo con sincerità (Lu 10,20).

p class=”capitolo”>4. Della creazione

1. Nel principio è piaciuto a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo (Gv 1,2-3; Eb 1,2; Gb 26,13), per la manifestazione della gloria della sua eterna potenza (Ro 1,20), sapienza e bontà, creare o fare il mondo e tutte le cose in esso, sia le visibili che le invisibili, nell’arco di sei giorni; e tutto era molto buono (Cl 1,16; Ge 1,31).

2. Dopo aver fatto tutte le altre creature, Dio creò l’uomo, maschio e femmina (Ge 1,27), con un’anima razionale ed immortale (Ge 2,7), rendendolo idoneo a vivere quella vita al suo servizio per la quale era stato creato. L’uomo fu creato ad immagine di Dio, in conoscenza, in giustizia ed in vera santità (Ec 7,29; Ge 1,26), con la legge di Dio scritta nel cuore (Ro 2,14-15) e con la capacità di adempiervi. Tuttavia egli aveva la possibilità di trasgredirla, essendo lasciato alla libertà della propria volontà la quale era soggetta a cambiamento (Ge 3,6).

3. Oltre alla legge scritta nel cuore, l’uomo ricevette l’ordine di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (Ge 2,17). Finché osservò questo comandamento fu felice nella comunione con Dio ed ebbe dominio su tutte le altre creature (Ge 1,26-28).

1. Dio, il buon Creatore di tutte le cose, nella sua infinita potenza e saggezza sostiene, dirige, dispone e governa tutte le creature e tutte le cose (Eb 1,3; Gb 38,11; Is 46,10-11; Sl 135,6), dalla più grande alla più piccola (Mt 5,29-31), con la sua provvidenza assolutamente saggia e santa, in vista del fine per cui sono state create. Dio governa secondo la sua prescienza infallibile e secondo il consiglio libero ed immutabile della sua volontà, a lode della gloria della sua saggezza, potenza, giustizia, bontà infinita e misericordia (Ef 1,11).

2. Tutte le cose avvengono immutabilmente ed infallibilmente in base alla prescienza e ai decreti di Dio, il quale ne è la causa prima (At 2,23). Non avviene quindi alcunché ad alcuno per caso o al di fuori della sua provvidenza (Pr 16,33). Tuttavia, Dio ordina che gli eventi si verifichino secondo l’ordine delle cause seconde, necessariamente, liberamente o contingentemente (Ge 8,22).

3. Nella sua ordinaria provvidenza Dio fa uso di mezzi (At 27,31,44; Is 55,10-11), ma è libero di agire al di fuori di essi (Osea 1,7), al di sopra di essi (Ro 4,19-21) e contro di essi (De 3,27) quando vuole.

4. La onnipotenza, la saggezza imperscrutabile e la bontà infinita di Dio si manifestano così pienamente nella sua provvidenza che il suo determinato consiglio si estende persino alla prima caduta e a tutte le altre azioni peccaminose sia di angeli che di uomini (Ro 11,32-34; 2 S 23,1; 1 Co 21,1), e ciò non per un semplice permesso, ma per un tipo di permesso in cui Egli ha incluso delle limitazioni veramente sagge e potenti ed altri mezzi per limitare e tenere sotto controllo il peccato (2 Re 19,28; Sl 76,10). Queste varie limitazioni sono state deliberate da Dio per realizzare i suoi scopi santissimi (Ge 50,20; Is 10,6-12). Tuttavia, in tutti questi casi, la peccaminosità sia degli angeli che degli uomini proviene soltanto da essi e non da Dio, il quale è assolutamente santo e giusto, e non può essere autore di peccato né approvarlo (Sl 50,21; 1Gv 2,16).

5. Dio, che è veramente saggio, giusto e benigno, spesso permette che i suoi figli sperimentino per qualche tempo varie tentazioni e la corruzione del loro cuore per punirli dei peccati commessi o per mostrar loro la forza nascosta della corruzione e la falsità ancora presente nel loro cuore, allo scopo di umiliarli e di spingerli ad una dipendenza più stretta e costante da Lui come loro sostegno, di renderli più vigili in futuro nei confronti del peccato, ed in vista di altri scopi santi e giusti (2 Co 32,25-31; 2 Co 12,7-9). Perciò tutto ciò che avviene agli eletti avviene per volontà e per la gloria di Dio, nonché per il loro bene (Ro 8,28).

6. A quegli uomini iniqui e malvagi che Dio come giusto giudice acceca ed indurisce (Ro 1,24-28; Ro 11,7-8) per i loro peccati precedenti, Egli nega non soltanto la grazia, che avrebbe potuto illuminare la loro mente e toccare il loro cuore (De 29,4), ma a volte ritira anche i doni che hanno avuto (Mt 13,12), e li espone a certi oggetti che il loro stato corrotto fa diventare occasioni di peccato (De 2,30; 2 Re 8,12-13). Dio li abbandona alle loro concupiscenze, alle tentazioni del mondo e alla potenza di Satana (Sl 81,11-12; 2 Te 2,10-12), cosicché alla fine si induriscono persino quando si trovano sotto le stesse influenze che Dio usa per toccare il cuore di altri (Es 8,15-32; Is 6,9-10; 1 P 2,7-8).

7. Come la provvidenza generale di Dio si estende a tutte le creature, così, in maniera del tutto speciale, Egli ha cura della sua chiesa e dispone tutte le cose per il bene di essa (1 Ti 4,10; Amos 9,8-9; Is 43,3-5).

1. Sebbene Dio abbia creato l’uomo integro e perfetto, gli abbia dato una legge giusta la cui osservanza lo avrebbe preservato dalla morte e lo abbia avvertito che sarebbe morto se l’avesse trasgredita (Ge 2,16-17), l’uomo si mantenne solo per breve tempo in quello stato originario. Satana si servì dell’astuzia del serpente per sedurre Eva, e successivamente, per mezzo di lei Adamo che, senza esservi in alcun modo costretto, trasgredì volontariamente la legge della propria creazione ed il comandamento di Dio, mangiando il frutto proibito (Ge 3,12-13; 2 Co 11,3). E’ piaciuto a Dio, secondo il suo consiglio saggio e santo, permettere questo atto, avendo deciso di usarlo per la sua gloria.

2. I nostri progenitori decaddero per questo peccato dalla loro giustizia originaria e dalla loro comunione con Dio, e noi in essi. La morte è quindi passata su tutti gli uomini (Ro 3,23) che senza eccezioni sono morti nel peccato (Ro 5,12 ss.) e totalmente corrotti in ogni loro parte e in ogni loro facoltà spirituale e fisica (Tt 1,15; Ge 6,5; Gr 17,9; Ro 3,10-19).

3. Essendo i nostri progenitori la radice e, per volontà di Dio, i rappresentanti di tutta l’umanità, il loro peccato è stato imputato e la loro natura corrotta trasmessa a tutta la loro posterità attraverso l’ordinario processo di generazione (Ro 5,12-19; 1 Co 15,21-22; 1 Co 15,45-49). I loro discendenti sono perciò concepiti nel peccato (Sl 51,5; Gb 14,4) e sono per natura figlioli d’ira (Ef 2,3), servi del peccato, soggetti alla morte (Ro 6,20; Ro 5,12) ed a tutte le altre miserie spirituali, temporali ed eterne a meno che il Signore Gesù non li liberi (Eb 2,14-15; 1 Te 1,10).

4. Tutte le trasgressioni effettive sono la conseguenza di questa corruzione originaria (Ro 8,7; Cl 1,21) che ci ha resi, inabili ed avversi a tutto ciò che è buono e totalmente inclini a tutto ciò che è male (Gm 1,14-15; Mt 15,9).

5. Durante questa vita la corruzione della natura permane in coloro che sono rigenerati (Ro 7,18-23; Ec 7,20; 1 Gv 1,8). Benché perdonata e mortificata per mezzo di Cristo, questa natura corrotta con tutte le sue tendenze è infatti veramente e propriamente peccaminosa (Ro 7,23-25; Ga 5,17).

1. La distanza fra Dio e la creatura è così grande che, sebbene le creature dotate di ragione gli debbano obbedienza come Creatore, tuttavia non avrebbero mai potuto conseguire la ricompensa della vita se non per la volontaria degnazione di Dio che ha espresso questa realtà in un patto (Lu 17,10; Gb 35,7-8).

2. Infatti, siccome l’uomo si è messo sotto la maledizione della legge a causa della sua caduta, è piaciuto al Signore stabilire un patto di grazia (Ge 2,7; Ga 3,10; Ro 3,20-21) con il quale vengono offerte liberamente ai peccatori vita e salvezza per mezzo di Gesù Cristo, richiedendo ad essi la fede in Lui per essere salvati (Ro 8,3; Mr 16,15-16; Gv 3,16) e promettendo lo Spirito Santo, che li renda disposti e capaci a credere, a tutti coloro che sono ordinati a vita eterna (Ez 36,26-27; Gv 6,44-45; Sl 110,3).

3. Questo patto che ci viene rivelato per mezzo dell’Evangelo, era stato già precedentemente rivelato ad Adamo nella promessa di salvezza per mezzo della progenie della donna (Ge 3,15) e in seguito per gradi finché la rivelazione non divenne completa nel Nuovo Testamento (Eb 1,1). Questo patto di salvezza si basa su un accordo eterno tra il Padre ed il Figlio riguardo alla redenzione degli eletti (2 Ti 1,9; Tt 1,2). Unicamente in virtù di questo patto tutti i discendenti del decaduto Adamo che sono stati salvati hanno ottenuto vita e beata immortalità. Infatti l’uomo è ora totalmente incapace di essere accettato da Dio come lo fu Adamo prima di decadere dal suo stato di innocenza (Eb 11,6,13; Ro 4,1-2; At 4,12; Gv 8,56).

1. E’ piaciuto a Dio, secondo il suo proponimento eterno, eleggere ed ordinare il Signore Gesù, il suo unigenito Figlio, in conformità al patto stabilito fra entrambi, ad essere Mediatore fra Dio e l’uomo (Is 42,1; 1 P 1,19-20), Profeta (At 3,22), Sacerdote (Eb 5,5-6) e Re (Sl 2,6; Lu 1,33), Capo e Salvatore della chiesa (Ef 1,22-23), Erede di tutte le cose (Eb 1,2) e Giudice di tutto il mondo (At 17,31). Fin dall’eternità Egli ha dato al Signore Gesù una progenie, la quale nella dispensazione del tempo doveva essere da Lui redenta, chiamata, giustificata e glorificata (Is 53,10; Gv 17,6; Ro 8,30).

2. Il Figlio di Dio, la seconda persona della Santa Trinità, è il vero ed eterno Dio, lo splendore della gloria del Padre, della stessa sostanza ed uguale a Lui. Ha creato il mondo e sostiene e governa tutto ciò che ha fatto. Giunto la pienezza dei tempi ha assunto la natura umana con tutte le sue proprietà essenziali e le sue infermità comuni (Gv 1,14; Ga 4,4) ad eccezione del peccato (Ro 8,3; Eb 2,14-17; 4,15). Fu concepito dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, lo Spirito Santo venendo su di lei e la potenza dell’Altissimo coprendola dell’ombra sua, di modo che nacque da una donna della tribù di Giuda, della progenie di Abramo e di Davide secondo le Scritture (Mt 1,22-23; Lu 1,27-35). Così due intere, perfette e distinte nature furono unite inseparabilmente in una sola Persona senza tuttavia trasformarsi, senza confondersi reciprocamente e senza sovrapporsi. Tale persona è il Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, ma purtuttavia un solo Cristo, l’unico mediatore tra Dio e l’uomo (Ro 9,5; 1 Ti 2,5).

3. Il Signore Gesù con la sua natura umana unita a quella divina nella persona del Figlio, fu santificato e unto di Spirito Santo senza limite (Sl 45,7; At 10,38; Gv 3,34), avendo in se stesso tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Cl 2,3). Piacque al Padre di fare abitare in Lui tutta la pienezza (Cl 1,19) affinché essendo santo, innocente, immacolato (Eb 7,26) e pieno di grazia e di verità (Gv 1,14) potesse essere appieno fornito per esercitare l’ufficio di Mediatore e Garante (Eb 7,22). Non assunse questa posizione e questo compito di per sé, ma fu chiamato ad assumerli dal Padre (Eb 5,5) che gli ha dato ogni potestà e autorità di giudicare e gli ha comandato di esercitare questi diritti (Gv 5,22,27; Mt 28,18; At 2,36).

4. Il Signore Gesù accettò volontariamente questo ufficio e questo compito di Mediatore e Garante (Sl 40,7-8; Eb 10,5-10; Gv 10,18). Per adempiervi fu reso soggetto alla legge (Ga 4,4; Mt 3,15) che osservò perfettamente. Subì la condanna che avremmo dovuto subire noi (Ga 3,13; Is 53,6; 1 P 3,18). Fu fatto peccato e fu maledetto per noi (2 Co 5,1) patendo grandi dolori nell’anima e grandi sofferenza nel corpo (Mt 26,37-38; Lu 22,44; Mt 27,46). Fu crocifisso e morì. Dopo che fu morto il suo corpo non subì corruzione (At 13,37). Il terzo giorno risuscitò dai morti con lo stesso corpo (1 Co 15,3-4) in cui aveva sofferto (Gv 20,25-27) e con esso asceso al cielo (Mr 16,19; At 1,9-11), dove è seduto alla destra del Padre intercedendo per noi (Ro 8,34; Eb 9,24). Dal cielo tornerà per giudicare gli uomini e gli angeli alla fine del mondo (At 10,42; Ro 14,9-10; At 1,11; 2 P 2,4).

5. Il Signore Gesù, in virtù della sua perfetta obbedienza e del sacrificio di se stesso offerto una volta per sempre a Dio mediante lo Spirito eterno, ha soddisfatto completamente la giustizia di Dio (Eb 9,14; Eb 10,14; Ro 3,25-26), ha ottenuto la riconciliazione e ha acquistato una eredità eterna nel Regno dei cieli per tutti quelli che il Padre gli ha dato (Gv 17,2; Eb 9,15).

6. Sebbene il prezzo di questa redenzione sia stato pagato da Cristo soltanto dopo la sua incarnazione, tuttavia la virtù, l’efficacia ed il beneficio che ne conseguono furono comunicati agli eletti in tutte le età fin dall’inizio del mondo tramite le promesse, i tipi ed i sacrifici che accennavano a lui come alla progenie della donna che doveva schiacciare il capo del serpente (1 Co 4,10; Eb 4,2; 1 P 1,10-11) e come all’agnello immolato fin dalla fondazione del mondo (Ap 13,8); poiché Egli è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Eb 13,8).

7. Nella sua opera di Mediatore, Cristo agisce secondo entrambe le sue nature, ognuna delle quali opera ciò che le è proprio. Tuttavia data l’unità della sua persona, ciò che è proprio di una natura viene a volte attribuito nella Scrittura all’altra (Gv 3,13; At 20,28).

8. Cristo applica e comunica certamente ed efficacemente la redenzione a tutti coloro per i quali l’ha ottenuta, intercedendo per essi (Gv 6,37; Gv 10,15-16; Gv 17,9; Ro 5,10), unendoli a sè per mezzo del suo Spirito, rivelando ad essi nella Parola e per mezzo della Parola il mistero della salvezza. Egli li convince a credere e ad obbedire (Gv 17,6; Ef 1,9; 1 Gv 5,10), piegando il loro cuore con la sua Parola e con il suo Spirito (Ro 8,9-14) e vincendo tutti i loro nemici per mezzo della sua potenza e sapienza infinite (Sl 110,1; 1 Co 15,20-26). Ciò viene effettuato nel modo più consono alla sua dispensazione meravigliosa ed inscrutabile e tutto per grazia assoluta ed incondizionata senza che nessuna condizione prevista negli eletti vi cooperi (Gv 3,8; Ef 1,8).

9. Questo ufficio di mediatore fra Dio e l’uomo è proprio di Cristo soltanto, il quale è Profeta, Sacerdote e Re della chiesa di Dio. Non può essere trasferito da Lui a qualche altra persona, né interamente né in parte (1 Ti 2,5).

10. Questa serie di uffici ed il loro ordine sono essenziali: per la nostra ignoranza abbiamo bisogno del suo ufficio profetico (Gv 1,18); per la nostra alienazione da Dio e l’imperfezione di ogni nostro servizio, anche del migliore, abbiamo bisogno del suo ufficio sacerdotale per riconciliarci e presentarci a Dio come accettevoli (Cl 1,21; Ga 5,17); per la nostra riluttanza a tornare a Dio e la nostra incapacità di farlo e per la nostra liberazione e protezione da nemici spirituali abbiamo bisogno del suo ufficio regale per convincerci, sottometterci, attirarci, sostenerci, liberarci e preservarci finché raggiungiamo il suo regno celeste (Gv 16,8; Sl 110,3; Lu 1,74-75).

1. Dio ha dotato la volontà dell’uomo di una libertà naturale e del potere di scegliere e di agire in base alle proprie scelte. Questo libero arbitrio non è né forzato né destinato da alcuna necessità di ordine naturale a fare il bene o il male (Mt 17,12; Gm 1,14; De 30,19).

2. Nel suo stato d’innocenza l’uomo aveva la libertà ed il potere di volere e di fare ciò che era buono e gradito a Dio (Ec 7,29), ma era libero e perciò poteva decadere da questa condizione (Ge 3,6).

3. A causa della sua caduta in uno stato di peccato l’uomo ha perso totalmente la capacità di volere qualsiasi bene spirituale e la salvezza (Ro 5,6; Ro 8,7). Come uomo naturale, essendo totalmente avverso al bene spirituale e morto nel peccato (Ef 2,1-5), non è capace con le proprie forze di convertirsi né di disporsi alla conversione (Tt 3,3-5; Gv 6,44).

4. Quando Dio converte un peccatore e lo trasporta in uno stato di grazia, lo libera dalla schiavitù naturale del peccato (Cl 1,13; Gv 8,36) e per sola grazia lo rende capace di volere e di fare liberamente ciò che è spiritualmente buono (Fl 2,13). Tuttavia, a causa della corruzione residua, il peccatore non vuole unicamente né perfettamente ciò che è buono, ma vuole anche ciò che è malvagio (Ro 7,15-23).

5. Soltanto nello stato di gloria, la volontà dell’uomo sarà resa perfettamente ed immutabilmente libera di volere soltanto il bene (Ef 4,13).

1. Piace a Dio di chiamare efficacemente (Ro 8,30; Ro 11,7; Ef 1,10-11; 2 Te 2,13-14), in un momento fissato ed accettevole, quelli che sono predestinati a vita. Essi vengono chiamati, per mezzo della sua Parola e del suo Spirito dallo stato di peccato e morte in cui si trovano per natura a quello di grazia e salvezza per mezzo di Gesù Cristo (Ef 2,1-6). Egli illumina le loro menti perché possano capire le cose di Dio (At 26,18; Ef 1,17-18) e sostituisce i loro cuori di pietra con un cuore di carne (Ez 36,26). Rinnova la loro volontà e per mezzo della sua onnipotenza fa sì che desiderino e seguano ciò che è buono. Li attira efficacemente a Gesù Cristo (De 30,6; Ez 36,27; Ef 1,19). Tuttavia, mentre essi si avvicinano in tutta libertà, sono resi ben disposti per mezzo della sua grazia (Sl 110,3; Ca 1,4).

2. Questa chiamata efficace proviene unicamente dalla grazia incondizionata e speciale di Dio e non è motivata da una qualsiasi caratteristica presente nell’uomo. Non proviene da un qualche potere o azione della creatura che collabora con la sua grazia speciale la quale è totalmente passiva in ciò. L’uomo infatti è morto nei falli e nei peccati (2 Ti 1,9; Ef 2,8) finché non viene vivificato e rinnovato dallo Spirito Santo (1 Co 2,14; Ef 2,5; Gv 5,25) e così reso capace di rispondere alla chiamata e ricevere la grazia offerta e comunicata da esso. La forza che lo rende capace di rispondere è niente meno che quella forza che risuscitò Cristo dai morti (Ef 1,19-20).

3. I bambini eletti che muoiono nell’infanzia sono rigenerati e salvati da Cristo (Gv 3,3-6) per mezzo dello Spirito il quale opera quando, dove e come vuole (Gv 3,8). Ciò è vero anche per tutte le persone elette che non hanno la possibilità di essere chiamati esternamente per mezzo del ministero della Parola.

4. Sebbene altri che non sono eletti possano essere chiamati per mezzo del ministero della Parola e possano sperimentare alcune operazioni comuni dello Spirito (Mt 22,14; Mt 13,20-21; Eb 6,4-5), tuttavia per il fatto che non vengono attirati efficacemente dal Padre non desiderano venire a Cristo, non possono farlo e non possono quindi venire salvati (Gv 6,44-45,65; 1 Gv 2,24-25). Tanto meno possono essere salvati gli uomini che non abbracciano la religione cristiana, per quanto siano diligenti nell’ordinare la loro vita secondo le leggi della religione che professano (At 4,12; Gv 4,22; Gv 17,3).

1. Dio giustifica liberamente (Ro 3,24; Ro 8,30) quelli che chiama efficacemente. Non infonde in loro la giustizia, ma perdona i loro peccati e li considera e li accetta come giusti (Ro 4,5-8; Ef 1,7), e ciò non a causa di qualcosa fatto in essi o da essi, ma unicamente a causa di Cristo (1 Co 1,30-31; Ro 5,17-19). Non sono giustificati perché Dio consideri come giustizia la loro fede, il loro atto di credere o qualche altro atto di obbedienza evangelica, ma unicamente e completamente perché Dio imputa a loro l’obbedienza attiva di Cristo a tutta la legge e la sua obbedienza passiva alla morte (Fl 3,8-9; Ef 2,8-10). Essi ricevono Cristo e la sua giustizia e dipendono da Lui per mezzo della fede. Questa fede non ha origine in essi: è il dono di Dio (Gv 1,12; Ro 5,17).

2. L’unico strumento della giustificazione è la fede che riceve Cristo e la sua giustizia e che dipende da Lui (Ro 3,28). Tuttavia, questa fede non rimane da sola nella persona giustificata, ma è sempre accompagnata da tutte le altre grazie salvifiche. Non è una fede morta, ma una fede che opera per mezzo dell’amore (Ga 5,6; Gm 2,17-26).

3. Con la sua obbedienza e morte Cristo ha pagato in pieno il debito di tutti coloro che sono giustificati, e con il sacrificio di se stesso per mezzo del sangue della sua croce ha subito al posto loro la pena che meritavano. Così ha reso soddisfazione appropriata, reale e completa alla giustizia di Dio per conto loro (Eb 10,14; 1 P 1,18-19; Is 53,5-6). Tuttavia, poiché fu dato dal Padre per essi e la sua obbedienza fu accettata come pienamente soddisfacente in loro vece, (e tutto ciò incondizionatamente e non a causa di qualcosa che fosse in essi) (Ro 8,32; 2 Co 5,21), sono giustificati completamente e unicamente per grazia incondizionata, affinché nella giustificazione dei peccatori fossero glorificate sia la giustizia assoluta che la grazia abbondante di Dio (Ro 3,26; Ef 1,6-7; Ef 2,7).

4. Fin dall’eternità Dio ha determinato di giustificare tutti gli eletti (Ga 3,8; 1 P 1,2; 1 Ti 2,6), e Cristo, nella pienezza dei tempi, è morto per i loro peccati ed è risorto per la loro giustificazione (Ro 4,25). Ciò nonostante essi non sono giustificati personalmente finché lo Spirito Santo, a tempo debito, non li volga a Cristo (Cl 1,21-22; Tt 3,4-7).

5. Dio continua a perdonare i peccati di coloro che sono giustificati (Mt 6,12; 1 Gv 1,7-9), e sebbene non possano mai scadere dal loro stato di giustificazione (Gv 10,28), tuttavia, a causa dei loro peccati, possono dispiacere a Dio loro Padre (Sl 89,31-33). In questa condizione generalmente non splende per essi la luce del suo volto, finché non si umilino, confessino i loro peccati, chiedano perdono e rinnovino la loro fede ed il loro ravvedimento (Sl 32,5; Sl 51; Mt 26,75).

6. La giustificazione dei credenti durante il periodo dell’Antico Testamento era in tutti questi particolari esattamente uguale alla giustificazione dei credenti del Nuovo Testamento (Ga 3,9; Ro 4,22-24).

1. Dio ha garantito che in Cristo e per Cristo, il suo unigenito Figlio, tutti quelli che sono giustificati saranno fatti partecipi della grazia dell’adozione (Ef 1,5; Ga 4,4-5) per la quale vengono uniti a coloro che sono figli di Dio e ne godono le libertà ed i privilegi (Gv 1,12; Ro 8,17). Dio scrive il suo nome su di essi (2 Co 6,18; Ap 3,12) ed essi ricevono lo spirito di adozione (Ro 8,15). Hanno accesso al trono della grazia con piena fiducia, e sono resi capaci di gridare “Abba, Padre!” (Ga 4,6; Ef 2,18). Come un Padre, Dio è pietoso verso di loro (Sl 103,13), li protegge (Pr 14,26), ha cura di loro (1 P 5,7) e li corregge (Eb 12,6), tuttavia non li rigetta mai (Is 54,8-9; La 3,31), ma sono suggellati per il giorno della redenzione (Ef 4,30) quando erediteranno le promesse come eredi di una salvezza eterna (Eb 1,14; Eb 6,12).

1. Quelli che sono uniti a Cristo, chiamati efficacemente e rigenerati, avendo un cuore nuovo ed uno spirito nuovo creati in essi in virtù della morte e risurrezione di Cristo, sono in seguito ulteriormente santificati realmente e personalmente (At 20,32; Ro 6,5-6) in virtù della morte e risurrezione di Cristo e per mezzo della sua Parola e del suo Spirito dimoranti in essi (Gv 17,17; Ef 3,16-19; 1 Te 5,21-23). Il dominio del loro corpo di peccato viene distrutto (Ro 6,14), le sue concupiscenze vengono progressivamente indebolite e mortificate (Ga 5,24) e il popolo di Cristo viene sempre più vivificato e fortificato in tutte le grazie salvifiche (Cl 1,11) per praticare la vera santità, senza la quale nessuno vedrà il Signore (2 Co 7,1; Eb 12,14).

2. Questa santificazione si estende ad ogni parte dell’intera persona (1 Te 5,23), tuttavia è incompleta in questa vita. Dei residui di corruzione rimangono in ogni parte (Ro 7,18,23) e causano una guerra continua fra parti irreconciliabili: la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne (Ga 5,17; 1 P 2,11).

3. Sebbene in questa guerra la corruzione residua possa prevalere per un certo tempo (Ro 7,23), tuttavia, grazie alla forza che lo Spirito santificante di Cristo fornisce continuamente, la parte rigenerata vince (Ro 6,14). Così i santi crescono nella grazia, compiendo la loro santificazione nel timor di Dio, ricercando una vita celeste in obbedienza evangelica a tutti gli ordini che Cristo come Capo e Re ha stabilito nella sua Parola (Ef 4,15-16; 2 Co 3,18; 2 Co 7,1).

1. La grazia della fede per la quale gli eletti sono resi capaci di credere per la salvezza delle loro anime è opera dello Spirito di Cristo nei loro cuori (2 Co 4,13; Ef 2,8) ed è normalmente operata per mezzo del ministero della Parola (Ro 10,14-17). Viene anche aumentata e rafforzata dall’opera dello Spirito per mezzo del ministero della Parola, nonché dall’amministrazione del battesimo e della cena del Signore, dalla preghiera e dagli altri mezzi che Dio ha stabilito (Lu 17,5; 1 P 2,2; At 20,32).

2. Per questa fede il cristiano crede che tutto ciò che è rivelato nella Parola è verità, perché ha l’autorità di Dio stesso (At 24,14). Inoltre, (per questa fede salvifica) il cristiano vede che la Parola ha una superiorità che trascende tutti gli altri scritti e tutte le altre cose nel mondo (Sl 19,7-10; Sl 119,72), perché la Parola annuncia la gloria di Dio, rivelando i suoi attributi, mostrando l’eccellenza della natura e degli uffici di Cristo, nonché la potenza e pienezza dello Spirito Santo nelle sue attività e operazioni. In questo modo il cristiano è reso capace di fidarsi completamente della verità alla quale ha creduto (2 Ti 1,12), capire e agire in base ai vari tipi di insegnamento che particolari brani della Scrittura contengono. (La fede salvifica) gli permette di capire i comandamenti e di obbedirvi (Gv 15,14), di ascoltare le minacce con timore e rispetto (Is 66,2) e di accogliere le promesse di Dio per questa vita e per quella a venire (Eb 11,13). Però i primi e più importanti atti della fede salvifica sono quelli che concernono direttamente Cristo: accettare, ricevere e dipendere unicamente da Lui per la giustificazione, la santificazione e la vita eterna, in virtù del patto di grazia (Gv 1,12; At 16,31; Ga 2,20; At 15,11).

3. Esistono vari gradi di fede salvifica: essa può essere debole o forte (Eb 5,13-14; Mt 6,30; Ro 4,19-20). Tuttavia, anche quando è debole, è in un’altra categoria e ha una natura completamente diversa (come gli altri gradi di grazia salvifica) dal tipo di fede e dalla grazia comune possedute dai credenti temporanei (2 P 1,1). Perciò, sebbene sia spesso attaccata ed indebolita, tale fede ottiene la vittoria (Ef 6,16; 1 Gv 5,4-5), crescendo in molti fino al raggiungimento della completa certezza, per mezzo di Cristo (Eb 6,11-12; Cl 2,2), autore e perfezionatore della nostra fede (Eb 12,2).

1. Agli eletti che si convertono in età matura avendo vissuto per diverso tempo nello stato di uomini naturali, servendo vari piaceri e passioni, Dio accorda il ravvedimento che porta alla vita per mezzo di una chiamata efficace (Tt 3,2-5).

2. Siccome non c’è nessuno che faccia il bene e non pecchi mai (Ec 7,20), e i migliori degli uomini possono cadere in grossi peccati e provocazioni a causa della propria forte ed ingannevole corruzione e della forza della tentazione, Dio nella sua misericordia ha stabilito nel patto di grazia che quando i credenti peccano e cadono siano rinnovati a salvezza per mezzo del ravvedimento (Lu 22,31-32).

3. Il ravvedimento salvifico è una grazia evangelica (Zac 12,10; At 11,18) per la quale una persona, essendo convinta dallo Spirito Santo della malvagità del suo peccato ed avendo ricevuto la fede in Cristo, si umilia per il suo peccato con una tristezza secondo Dio, lo detesta ed ha ripugnanza di se stesso (Ez 36,31; 2 Co 7,11). In un tale stato di ravvedimento, l’individuo chiede anche il perdono e la forza che viene dalla grazia, proponendosi e sforzandosi di camminare nel cospetto di Dio in modo da piacergli in ogni cosa con la forza che lo Spirito fornisce (Sl 119,6; Sl 119,128).

4. Poiché il ravvedimento deve continuare per tutta la durata della nostra vita, data la presenza del nostro corpo di morte e dei suoi impulsi, è dovere di ogni uomo ravvedersi specificamente dei propri peccati di cui è cosciente (Lu 19,8; 1 Ti 1,13-15).

5. Ciò che Dio ha fatto per mezzo di Cristo nel patto di grazia per la preservazione dei credenti sulla via della salvezza è talmente grande che, sebbene il peccato più piccolo meriti la dannazione (Ro 6,23), non c’è un peccato abbastanza grande da dannare coloro che si ravvedono (Is 1,16-18; Is 55,7). Perciò è necessario predicare continuamente sul ravvedimento.

1. Le buone opere sono soltanto quelle che Dio ha comandato di fare nella sua Santa Parola (Mi 6,8; Eb 13,21), e non quelle prive di autorizzazione della Scrittura ed inventate dagli uomini per uno zelo cieco o per qualche pretesa di buone intenzioni (Mt 15,9; Is 29,13).

2. Le buone opere fatte in obbedienza ai comandamenti di Dio sono i frutti e la prova di una fede vera e vivente (Gm 2,18-22). Con esse i credenti esprimono e mostrano la loro riconoscenza (Sl 116,12-13), rafforzano la loro certezza (1 Gv 2,3-5; 2 P 1,5-11), edificano i loro fratelli, adornano la loro professione evangelica (Mt 5,16), chiudono la bocca degli avversari e glorificano Dio (1 Ti 6,1; 1 P 2,15; Fl 1,11), essendo opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone (Ef 2,10) e per portare i frutti della santificazione che hanno per fine la vita eterna (Ro 6,22).

3. La loro capacità di fare buone opere non proviene in nessun modo da loro stessi, ma unicamente dallo Spirito di Cristo (Gv 15,4-5). Per permettere loro di fare buone opere, oltre alle grazie che hanno già ricevute, è necessario che ci sia un’ulteriore influenza reale dello stesso Spirito Santo che operi in essi il volere e l’operare secondo la sua benevolenza (2 Co 3,5; Fl 2,13). In conseguenza di ciò i credenti non devono diventare negligenti come se non fossero tenuti a fare il loro dovere se non per un impulso speciale dello Spirito. Al contrario devono essere diligenti nel ravvivare la grazia di Dio che è in loro (Fl 2,12; Eb 6,11-12; Is 64,7).

4. Quelli che raggiungono il massimo grado possibile di obbedienza a Dio nel corso di questa vita sono ancora molto lontani da uno zelo totale e dal fare più di quanto Dio esige. Essi mancano anzi nei confronti di Dio in tante cose che hanno il dovere di fare (Gb 9,2-3; Ga 5,17; Lu 17,10).

5. Con le nostre opere migliori non possiamo meritare il perdono dei peccati o la vita eterna dalla mano di Dio a causa del divario fra le nostre opere migliori e la gloria a venire ed a causa della distanza infinita fra noi e Dio. Con le nostre opere non possiamo avere un qualche vantaggio né possiamo soddisfare Dio per il debito dei nostri peccati (Ro 3,20; Ef 2,8-9; Ro 4,6). Quando abbiamo fatto del nostro meglio, abbiamo fatto soltanto il nostro dovere e siamo ancora dei servitori inutili. Nella misura in cui le nostre opere sono buone, hanno origine nell’opera dello Spirito Santo (Ga 5,22-23). Però le nostre buone opere sono così contaminate da noi e così mescolate con debolezza ed imperfezione che non potrebbero reggere davanti alla severità del giudizio di Dio (Is 64,6; Sl 143,2).

6. Tuttavia, poiché i credenti come individui sono accettati per mezzo di Cristo, anche le loro buone opere sono accettate per mezzo di Lui (Ef 1,6; 1 P 2,5). I credenti in questa vita non sono completamente irreprensibili e senza biasimo agli occhi di Dio, ma Egli li vede nel suo Figlio ed è contento di accettare e ricompensare ciò che è sincero, anche se è accompagnato da molte debolezze e imperfezioni (Mt 25,21-23; Eb 6,10).

7. Le opere compiute da uomini non rigenerati possono essere sostanzialmente conformi a ciò che Dio comanda e possono fare del bene sia ai loro autori che ad altri (2 Re 10,30; 1 Re 21,27-29). Tuttavia, per il fatto che non procedono da un cuore purificato dalla fede (Ge 4,5; Eb 11,4-6) e che non sono compiute nella maniera giusta secondo la Parola di Dio (1 Co 13,1), né hanno come fine la gloria di Dio (Mt 6,2-5), sono peccaminose e non possono piacere a Dio, né rendere l’uomo atto a ricevere da lui la grazia (Amos 5,21-22; Ro 9,16; Tt 3,5). Trascurare queste opere è però ancora più peccaminoso e fa ancora più dispiacere a Dio (Gb 21,14-15; Mt 25,41-43).

1. Quelli che Dio ha accettato nel suo amato Figlio, ha chiamato efficacemente e santificato per il suo Spirito e a cui ha dato la fede preziosa dei suoi eletti, non possono scadere nè totalmente né definitivamente dallo stato di grazia; anzi persevereranno certamente in quello stato fino alla fine e saranno salvati eternamente. Infatti i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento ed Egli continua a creare e nutrire in essi fede, ravvedimento, amore, gioia, speranza e tutte le grazie dello Spirito che portano all’immortalità (Gv 10,28-29; Fl 1,6; 2 Ti 2,19; 1 Gv 2,19). Anche se tante tempeste e inondazioni colpissero i santi, esse non potranno mai strapparli dalla roccia su cui sono fondati per la fede. A causa della loro incredulità e delle tentazioni di Satana, la loro visione e la loro percezione della luce e dell’amore di Dio potranno per un certo tempo essere coperte e oscurate (Sl 89,31-32; 1 Co 11,32); ma Dio è sempre lo stesso e avranno la certezza di essere custoditi dalla sua potenza fino al completamento della loro salvezza. Allora godranno i beni che spettano loro. Infatti i loro nomi sono incisi sulle palme delle sue mani, ed i loro nomi sono scritti nel suo Libro della Vita fin dall’eternità (Ml 3,6).

2. Questa perseveranza dei santi non dipende da essi, vale a dire dal loro libero arbitrio, ma dall’immutabilità del decreto dell’elezione (Ro 8,30; Ro 9,11-16) il quale procede dall’amore incondizionato e immutabile di Dio Padre, dall’efficacia del merito e dell’intercessione di Gesù Cristo, dall’unione dei santi con Lui (Ro 5,9-10; Gv 14,19), dal giuramento di Dio (Eb 6,17-18), dalla dimora in essi del suo Spirito, dal seme presente in essi (1 Gv 3,9) e dalla stessa natura del patto di grazia (Gr 32,40). Tutti questi fattori danno luogo alla certezza ed infallibilità della perseveranza dei santi.

3. I santi possono cadere in peccati molto gravi a causa delle tentazioni di Satana e del mondo, del prevalere in essi delle loro tendenze peccaminose e del fatto di aver trascurato i mezzi che Dio ha provveduto per preservarli. E’ possibile che continuino in questo stato per un certo tempo (Mt 26,70-74), in modo da attirare su di sé il dispiacere di Dio, da contristare il suo Spirito Santo (Is 64,5-9; Ef 4,30) e da venir privati in qualche misura delle loro grazie e consolazioni (Sl 5,10-12), da subire l’indurimento del proprio cuore ed il ferimento della propria coscienza (Sl 32,3-4), da offendere e scandalizzare gli altri e da attirare su di sé dei giudizi temporali (2 S 12,14). Ciò nonostante rinnoveranno il loro ravvedimento e saranno preservati fino alla fine per mezzo della fede in Cristo Gesù (Lu 22,32,61-62).

1. Anche se i credenti temporanei e altri uomini non rigenerati possono ingannarsi con false speranze e presunzioni carnali di avere il favore di Dio e di essere salvati, queste loro speranze si riveleranno infondate (Gb 8,13-14; Mt 7,22-23). Al contrario, quelli che credono veramente nel Signore Gesù, lo amano con sincerità, e che si sforzano di camminare in buona coscienza davanti a Lui, possono in questa vita avere la certezza di essere nello stato di grazia e possono gloriarsi nella speranza della gloria di Dio (1 Gv 2,3; 1 Gv 3,14-24; 1 Gv 5,13); e da una tale speranza non saranno mai delusi (Ro 5,2-5).

2. Questa sicurezza non è semplicemente una convinzione ipotetica o probabile fondata su una speranza fallibile. E’ invece una sicurezza di fede infallibile (Eb 6,11,19) che ha come fondamento il sangue e la giustizia di Cristo rivelati nell’Evangelo (Eb 6,17-18), la prova interiore delle grazie dello Spirito in conformità alle promesse fatte nelle Scritture (2 P 1,4-11) e la testimonianza dello Spirito di adozione il quale attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio (Ro 8,15-16) e mantiene il nostro cuore umile e santo (1 Gv 3,1-3).

3. Questa sicurezza infallibile non fa parte dell’essenza della fede al punto da essere una esperienza automatica ed inevitabile. Un vero credente può aspettare a lungo e lottare contro tante difficoltà prima di esserne partecipe (Is 50,10; Sl 88; Sl 77,1-12). Tuttavia, conoscendo le cose che Dio dà liberamente per l’aiuto dello Spirito può, senza alcuna rivelazione straordinaria, raggiungere questa sicurezza se si serve dei mezzi della grazia nel modo giusto (1 Gv 4,13; Eb 6,11-12). Perciò tutti hanno il dovere di impegnarsi a rendere sicura la loro vocazione ed elezione affinché il loro cuore possa essere ripieno di pace e di gioia nello Spirito Santo, di amore e riconoscenza verso Dio e di forza e allegrezza nel compimento dei doveri di obbedienza i quali sono i frutti naturali della sicurezza (Ro 5,1-5; Ro 14,17; Sl 119,32) che non dispone certo gli uomini alle azioni dissolute (Ro 6,1-2; Tt 2,11-14).

4. La sicurezza della salvezza dei veri credenti può essere scossa, diminuita o interrotta in vari modi: o perché trascurano di preservarla (Ca 5,2-6), o perché sono caduti in qualche peccato particolare il quale ferisce la coscienza e contrista lo Spirito (Sl 51,8-14), o per una tentazione improvvisa e forte (Sl 116,11; Sl 77,7-8; Sl 31,2), o perché Dio ha nascosto la luce del suo volto, lasciando che anche quelli che lo temono camminino nelle tenebre senza una luce (Sl 30,7). Tuttavia, i credenti non sono mai privati del seme di Dio (1 Gv 3,9), della vita di fede (Lu 22,32), dell’amore di Cristo e dei fratelli, della sincerità di cuore e della coscienza del proprio dovere. Per mezzo di queste cose e per l’operazione dello Spirito è possibile con il tempo ravvivare (Sl 42,5-11) la loro sicurezza e nel frattempo queste grazie li preservano dalla totale disperazione (La 3,26-31).

1. Dio diede ad Adamo una legge di universale obbedienza che fu scritta nel suo cuore ed il comandamento molto specifico di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (Ge 1,27: Ec 7,29). Per questa legge Adamo e tutti i suoi discendenti furono vincolati ad una obbedienza personale, totale, rigorosa e perpetua (Ro 10,5), con una promessa di vita se vi avessero adempiuto ed una minaccia di morte se l’avessero violata. Contemporaneamente fu data ad Adamo la forza e la capacità di adempiervi (Ga 3,10-12).

2. Questa stessa legge, che fu scritta all’inizio nel cuore dell’uomo, continuò ad essere la perfetta regola di giustizia dopo la caduta (Ro 2,14-15) e fu data da Dio sul monte Sinai nei dieci comandamenti scritti su due tavole; i primi quattro indicano il nostro dovere verso Dio e gli altri sei il nostro dovere verso l’uomo (De 10,4).

3. Oltre a questa legge chiamata generalmente le legge morale, piacque a Dio di dare al popolo d’Israele delle leggi cerimoniali che comprendevano alcuni riti con un significato tipologico. Questi riti riguardavano in parte il culto ed in essi era prefigurato Cristo con i suoi attributi, le sue qualità, le sue azioni, le sue sofferenze ed i suoi benefici (Eb 10,1; Cl 2,17). Inoltre essi davano istruzioni intorno ai doveri morali (1 Co 5,7). Tutte queste leggi cerimoniali furono prescritte soltanto per il periodo dell’Antico Testamento. Infatti, Gesù Cristo, il vero Messia e l’unico legislatore, avendo ricevuto autorità dal Padre a questo fine, le abolì togliendole di mezzo (Cl 2,14-17; Ef 2,14-16).

4. Al popolo d’Israele Dio diede anche diverse leggi giudiziarie che non sono più in vigore da quando gli Ebrei cessarono di essere una nazione. Nessuno è più tenuto alla loro osservanza in quanto facevano parte della legislazione nazionale. Tuttavia i loro princìpi generali di giustizia sono ancora validi in campo morale (1 Co 9,8-10).

5. La legge morale è vincolante per tutti, giustificati o no (Ro 13,8-10; Gm 2,8-12), e non soltanto in considerazione del suo contenuto, ma anche per rispetto verso l’autorità di Dio creatore il quale l’ha data (Gm 2,10-11). Cristo nell’Evangelo non annulla in nessun modo questa legge, anzi rafforza notevolmente il nostro obbligo di osservarla (Mt 5,17-19; Ro 3,31).

6. I veri credenti non sono sotto la legge intesa come un patto basato sulle opere, per essere da essa o giustificati o condannati (Ro 6,14; Ga 2,16; Ro 8,1; Ro 10,4). Tuttavia essa è molto utile a loro come agli altri perché come regola di vita li infoRoa della volontà di Dio e del loro dovere, guidandoli ed impegnandoli a camminare confoRoemente ad essa. Inoltre, rivela e scopre le contaminazioni peccaminose della loro natura, cuore e vita in modo che essi, usandola per esaminare la propria coscienza, possano giungere ad una maggiore convinzione e ad un maggiore odio del peccato, ad una maggiore umiliazione per averlo commesso (Ro 3,20; Ro 7,7 ss.) e ad una consapevolezza maggiore del loro bisogno di Cristo e della perfezione della sua obbedienza. Inoltre la legge è utile ai rigenerati per contenere le proprie concupiscenze in quanto vieta il peccato. Le minacce della legge servono a mostrare ciò che i peccati meritano e le afflizioni che essi causano in questa vita anche a chi è stato liberato dalla maledizione e dal rigore della legge. Allo stesso modo le promesse della legge mostrano ai credenti che Dio approva l’obbedienza, e quali benedizioni essi possano aspettarsi quando la osservano. Non ricevono queste benedizioni per aver soddisfatto la legge come un patto basato sulle opere. Se un uomo fa il bene e si ritira dal male soltanto perché la legge incoraggia il bene e scoraggia il male, ciò non vuole dire che egli sia sotto la legge e non sotto la grazia (Ro 6,12-14; 1 P 3,8-13).

7. I suddetti modi di usare la legge non sono contrari alla grazia dell’Evangelo, ma s’accordano perfettamente con essa (Ga 3,21). Infatti lo Spirito di Cristo sottomette la volontà dell’uomo e la rende capace di fare liberamente e con gioia ciò che la volontà di Dio, rivelata nella legge, esige (Ez 36,27).

1. Poiché il patto basato sulle opere è stato violato col peccato e reso incapace di dare vita, piacque a Dio di promettere Cristo, la progenie della donna, come mezzo idoneo per chiamare gli eletti e destare in essi fede e ravvedimento (Ge 3,15). Con questa promessa venne rivelato il nucleo centrale dell’Evangelo e la sua efficacia per la conversione e la salvezza di peccatori (Ap 13,8).

2. Questa promessa di Cristo e la salvezza che viene da Lui sono rivelate unicamente dalla Parola di Dio (Ro 1,17). Né le opere della creazione e della provvidenza né la luce della natura rivelano Cristo e la sua grazia, neppure in modo generale o vago (Ro 10,14-17). Perciò gli uomini che sono privi della rivelazione di Cristo per mezzo della promessa (oppure dell’Evangelo) non possono essere capaci di arrivare alla fede o al ravvedimento salvifico dalla luce della natura (Pr 29,18; Is 25,7; Is 60,2-3).

3. La rivelazione dell’Evangelo ai peccatori fatta in momenti diversi ed in modo progressivo, insieme alle promesse ed ai precetti relativi all’obbedienza che essa esige, è stata concessa a nazioni ed individui unicamente in base alla sovrana volontà e al beneplacito di Dio (Sl 147,20; At 16,7) e non certo in base ad una qualche promessa dell’uomo di migliorare le sue capacità naturali ad opera della luce comune che tutti ricevono dall’esterno. Infatti nessuno ha mai fatto una tale promessa, né potrebbe farla (Ro 1,18-32). Così in tutti i tempi la predicazione dell’Evangelo è stata concessa ad individui e nazioni, in modo esteso o limitato, con molta varietà secondo il consiglio della volontà di Dio.

4. Sebbene l’Evangelo sia l’unico mezzo esteriore della rivelazione di Cristo e della grazia salvifica e come tale sia assolutamente sufficiente per raggiungere questo fine, occorre ancora qualcosa di più perché gli uomini, morti nei loro falli, possano rinascere ed essere rigenerati è necessario che ci sia un’opera efficace ed irresistibile dello Spirito Santo nell’intera anima per produrre in essi una nuova vita spirituale (Sl 110,3; 1 Co 2,14, Ef 1,19-20). Senza questa opera nessun altro mezzo compirà la loro conversione a Dio (Gv 6,44; 2 Co 4,4-6).

1. La libertà che Cristo ha acquistato per chi crede nell’Evangelo consiste nella liberazione dalla colpa del peccato (Ga 3,13), dall’ira e dalla condanna di Dio, dal rigore e dalla maledizione della legge, dal presente secolo malvagio (Ga 1,4), dal potere di Satana (At 26,18), dal dominio del peccato (Ro 8,3), dai mali causati dalle afflizioni (Ro 8,28), dalla paura e dal dardo della morte, dalla vittoria sulla tomba (1 Co 15,54-57), e sulla dannazione eterna (2 Te 1,10). Questa libertà si esprime anche nel libero accesso a Dio e nella capacità di obbedire a Dio, non per una paura servile (Ro 8,15), ma con un amore docile ed una mente volonterosa (Lu 1,73-75; 1 Gv 4,18). Tutte queste libertà sono state sostanzialmente sperimentate dai veri credenti che vivevano sotto la legge (Ga 3,9-14), ma sotto il nuovo patto la libertà dei cristiani è stata estesa ulterioRoente poiché essi sono stati liberati dal giogo della legge cerimoniale alla quale fu soggetta la chiesa ebraica. Inoltre, i cristiani hanno una maggiore libertà di accesso al trono della grazia ed un’esperienza più ampia dell’azione dello Spirito di Dio rispetto a quello dei credenti vissuti sotto la legge (Gv 7,38-39; Eb 10,19-21).

2. Dio solo è il Signore della coscienza (Gm 4,12; Ro 14,4) e l’ha liberata da tutte le dottrine ed i comandamenti umani in qualche modo contrari o estranei alla sua Parola (At 4,19; At 5,29; 1 Co 7,23; Mt 15,9). Perciò credere a tali dottrine o obbedire a tali comandamenti per motivi di coscienza significa tradire la vera libertà di coscienza (Cl 2,20-23). Esigere una fede implicita ed una obbedienza assoluta e cieca vuol dire annientare la libertà di coscienza ed anche la ragione (1 Co 3,5; 2 Co 1,24).

3. Quelli che con la scusa della libertà del cristiano praticano qualche peccato, o serbano in cuore qualche concupiscenza, pervertono lo scopo principale della grazia dell’Evangelo giungendo alla propria distruzione (Ro 6,1-2). Inoltre essi distruggono il fine della libertà del cristiano: servire il Signore senza paura, in santità e giustizia nel suo cospetto, tutti i giorni della sua vita, essendo stato liberato dalla mano dei propri nemici (Ga 5,13; 1 P 2,18-21).

1. La luce della natura mostra che c’è un Dio che ha signoria e sovranità su tutto, che Egli è giusto e buono e che fa del bene a tutti. Perciò è degno di essere temuto, amato, lodato, invocato, creduto e servito con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza (Gr 10,7; Mr 12,33). Il modo accettevole di adorare il vero Dio è stato rivelato da lui stesso (De 12,32) e quindi le forme della nostra adorazione sono limitate dalla sua volontà rivelata. Non è lecito adorarlo secondo invenzioni e schemi umani, né secondo i suggerimenti di Satana, né con immagini, né in altri modi non prescritti nelle Sacre Scritture (Es 20,4-6).

2. L’adorazione è dovuta soltanto a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo e a Lui solo (Mt 4,9-10; Gv 6,23; Mt 28,19); non ad angeli, santi, o altre creature (Ro 1,25; Cl 2,18; Ap 19,10); e dopo la caduta non può avvenire senza un Mediatore (Gv 14,6), nè per mezzo di un mediatore diverso da Cristo (1 Ti 2,5).

3. La preghiera, con ringraziamento, è la parte dell’adorazione naturale che Dio richiede a tutti gli uomini (Sl 95,1-7; 65,2). Per essere accettevole essa deve essere fatta nel nome del Figlio (Gv 14,13-14), con l’aiuto dello Spirito (Ro 8,26) e secondo la sua volontà (1 Gv 5,14), con intelligenza, riverenza, umiltà, fervore, fede, amore e perseveranza. La preghiera pubblica deve essere fatta in una lingua conosciuta (1 Co 14,16-17).

4. Bisogna pregare per cose lecite e per ogni genere di uomini viventi o che vivranno da ora in poi (1 Ti 2,1-2; 2 S 7,29), ma non per i morti (2 S 12,21-23), nè per coloro di cui si sa che hanno commesso il peccato che mena alla morte1 (Gv 5,16).

5. La lettura delle Scritture (1 Ti 4,13), la predicazione e l’ascolto della Parola di Dio (2 Ti 4,2; Lu 8,18), la reciproca istruzione ed esortazione con salmi, inni e cantici spirituali innalzati di cuore a Dio sotto l’impulso della grazia (Cl 3,16; Ef 5,19), come pure l’amministrazione del battesimo (Mt 28,19-20) e la cena del Signore (1 Co 11,26) fanno parte dell’adorazione di Dio. Bisogna fare queste cose in uno spirito d’ubbidienza e con intelligenza, fede, riverenza e timor di Dio. Momenti d’umiliazione solenne, di digiuno (Et 4,16; Gl 2,12) e di ringraziamento (Es 15,1-19; Sl 107) possono aversi in occasioni speciali, in maniera santa e riverente.

6. Nell’economia dell’Evangelo nè la preghiera nè qualche altra parte del culto religioso è legata a, o resa più accettabile da, un qualsiasi luogo dove venga fatta, o verso il quale ci si rivolga. Bisogna adorare Dio in ogni luogo in spirito e verità (Gv 4,21; Ml 1,11; 1 Ti 2,8), come per esempio, ogni giorno (Mt 6,11; Sl 55,17) in famiglia (At 10,2), da soli nel segreto (Mt 6,6), solennemente nelle assemblee pubbliche che non devono venire nè trascurate nè abbandonate per negligenza o intenzionalmente, poiché Dio nella sua Parola ci chiama ad esse (Eb 10,25; At 2,42).

7. Poiché secondo la legge naturale, un certo spazio di tempo, per ordine divino, dovrebbe essere messo da parte per l’adorazione di Dio, Egli ha dato, nella sua Parola, un comandamento positivo, morale e perpetuo in tal senso, vincolante per tutti gli uomini di tutti i tempi. In particolare ha stabilito un giorno su sette come sabato da consacrare a Lui (Es 20,8). Dall’inizio del mondo fino alla resurrezione di Cristo il sabato era stato l’ultimo giorno della settimana, ma dopo la resurrezione di Cristo il giorno consacrato a Dio divenne il primo della settimana, chiamato il giorno del Signore (1 Co 16,1-2; At 20,7; Ap 1,10). E’ questo giorno che bisogna continuare a santificare fino alla fine del mondo, essendo abolita l’osservanza dell’ultimo giorno della settimana.

8. Il sabato è consacrato al Signore da coloro che, dopo una dovuta preparazione di cuore ed una precedente sistemazione delle loro faccende quotidiane, si riposano per l’intera giornata da opere, parole e pensieri riguardanti le loro occupazioni e ricreazioni terrene (Is 58,13; Ne 13,15-22), dedicandosi per l’intera giornata ad atti di culto pubblici e privati nonché ad opere di misericordia e di soccorso nei confronti dei bisognosi (Mt 12,1-13).

1. Il giuramento legittimo è un aspetto del culto religioso per cui l’individuo, giurando in verità, in giustizia ed in giudizio, chiama solennemente Dio a testimoniare di ciò che giura (Es 20,7; De 10,20; Gr 4,2) e a giudice della verità o falsità delle sue parole (2 Cl 6,22-23).

2. Un giuramento religioso deve avvenire unicamente e soltanto se basato sul massimo timore e la massima riverenza di Dio e nel suo nome. Perciò giurare vanamente o sconsideratamente nel nome glorioso e tremendo di Dio, oppure giurare per qualche altro nome o cosa è peccaminoso e da aborrire (Mt 5,34-37; Gm 5,12). Ad ogni modo, quando si tratta di una questione importante e di una certa gravità, il giuramento è autorizzato dalla Parola di Dio per la conferma della verità e per porre fine alle discordie (Eb 6,16; 2 Co 1,23). Perciò, quando un giuramento legittimo viene imposto da un’autorità legittima, può venire prestato (Ne 13,25).

3. Chiunque fa un giuramento autorizzato dalla Parola di Dio dovrebbe considerare la gravità di un atto così solenne e non dovrebbe dichiarare o confessare niente più di ciò che sa essere vero, poiché il Signore è provocato da giuramenti sconsiderati, falsi e vani ed a causa di essi la nazione fa cordoglio (Le 19,12; Gr 23,10).

4. Bisogna giurare secondo il senso naturale ed evidente delle parole, senza alcuna ambiguità o riserva mentale (Sl 24,4).

5. Non bisogna fare un voto nei confronti di alcuna creatura, ma solo di Dio e bisogna farlo ed eseguirlo con la massima cura e fedeltà (Sl 76,11; Ge 28,20-22). I voti monastici (della chiesa di Roma) di castità perpetua (1 Co 7,2,9), di professata povertà (Ef 4,28) e di obbedienza ad una regola sono molto lontani dal costituire un livello di perfezione superiore e sono simili a lacci superstiziosi e peccaminosi in cui nessun cristiano dovrebbe inciampare (Mt 19,11).

1. Dio, il supremo Signore e Re di tutto il mondo, ha ordinato magistrati civili sotto di lui e sopra il popolo, per la propria gloria e per il bene pubblico. A questo fine li ha armati con il potere della spada per la difesa e l’incoraggiamento di coloro che fanno il bene e per la punizione di coloro che fanno il male (Ro 13,1-4).

2. Quando è loro richiesto, è lecito per i cristiani accettare di eseguire i compiti del magistrato. Nello svolgimento di questo ufficio essi sono particolarmente responsabili di mantenere la giustizia e la pace (2 S 23,3; Sl 82,3-4) facendo rispettare le leggi giuste di ciascun regno o stato. A questo fine possono legittimamente (sotto il nuovo patto) partecipare alla guerra se questa è giusta e necessaria (Lu 3,14).

3. Poiché i magistrati civili sono stabiliti da Dio per i fini definiti sopra, dobbiamo essere soggetti a tutti i loro ordini legittimi perché ciò costituisce una parte della nostra obbedienza a Dio. Non dobbiamo agire così solo per paura di una punizione, ma anche per motivo di coscienza (Ro 13,5-7; 1 P 2,17). Inoltre dobbiamo fare supplicazioni e preghiere per i re e per tutti quelli che sono in autorità affinché sotto di loro possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in ogni pietà e onestà (1 Ti 2,1-2).

1. Il matrimonio deve essere contratto fra un uomo solo ed una donna sola. Non è lecito ad un uomo avere più di una moglie, nè ad una donna avere più di un marito contemporaneamente (Ge 2,24; Ml 2,15; Mt 19,5-6).

2. Il matrimonio fu istituito per l’aiuto reciproco fra marito e moglie (Ge 2,18), per l’accrescimento del genere umano per mezzo di una discendenza legittima (Ge 1,28) e per impedire l’immoralità (1 Co 7,2,9).

3. Possono legittimamente sposarsi persone d’ogni genere se sono in grado di dare il proprio consenso con giudizio (Eb 13,4; 1 Ti 4,3). Però i cristiani hanno il dovere di sposarsi nel Signore (1 Co 7,39); quindi quelli che professano la vera religione non devono sposarsi con miscredenti o idolatri. Le persone pie non devono neppure mettersi sotto un giogo che non è per loro sposandosi con chi si conduce malvagiamente o sostiene eresie degne della condanna di Dio (Ne 13,25-27).

4. Non bisogna contrarre matrimonio entro i gradi di consanguineità o affinità vietati nella Parola (Le 18). Tali matrimoni incestuosi non possono mai essere legittimati da una legge umana o dal consenso delle parti in modo da permettere che i contraenti vivano insieme come marito e moglie (Mr 6,18; 1 Co 5,1).

1. La chiesa cattolica o universale, la quale può essere chiamata invisibile per quanto riguarda l’opera interiore dello Spirito e la verità della grazia, è composta del numero completo degli eletti, tutti coloro che sono stati, che sono e che saranno raccolti insieme sotto Cristo, il suo Capo. Questa chiesa universale è la sposa, il corpo, il compimento di Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti (Eb 12,23; Cl 1,18; Ef 1,10; Ef 1,22-23; Ef 5,23-32).
2. Tutte le persone di ogni parte del mondo che professano la fede nell’Evangelo e l’obbedienza a Dio per mezzo di Cristo secondo l’Evangelo, e che non inquinano la loro professione con errori che contraddicano o sovvertano i princìpi fondamentali dell’Evangelo o con comportamenti malvagi, sono santi visibili e possono essere considerati come tali (1 Co 1,2; At 11,26). Ogni congregazione dovrebbe essere composta di tali persone (Ro 1,7; Ef 1,20-22).

3. Le chiese più pure su questa terra sono soggette a contaminazioni ed errori (1 Co 5; Ap 2-3): alcune sono degenerate al punto da non essere più chiese di Cristo, ma sinagoghe di Satana (Ap 18,2; 2 Te 2,11-12). Ciò nonostante Cristo ha sempre avuto e avrà sempre, fino alla fine del tempo, un regno in questo mondo, composto di coloro che credono in Lui e confessano il suo nome (Mt 16,18; Sl 72,17; Sl 102,28; Ap 12,17).

4. Il Signore Gesù Cristo è il capo della chiesa. Per ordine del Padre, egli è investito in modo supremo e sovrano di ogni autorità per la vocazione, l’istituzione, l’ordinamento ed il governo della chiesa (Cl 1,18; Mt 28,18-20; Ef 4,11-12). Il Papa di Roma non può essere in nessun senso capo della chiesa, ma è l’anticristo, l’uomo del peccato ed il figlio della perdizione il quale si innalza nella chiesa contro Cristo e contro tutto quello che è chiamato Dio e che il Signore annienterà con l’apparizione della sua venuta (2 Te 2,2-9).

5. Nell’esercizio dell’autorità che gli è stata affidata, il Signore Gesù chiama a sè, fuori dal mondo, tramite il ministero della sua Parola ed il suo Spirito Santo, quelli che il Padre gli dà (Gv 10,16; Gv 12,32), perché camminino nel suo cospetto in tutte le vie di obbedienza prescritte nella sua Parola (Mt 28,20). A quelli che sono così chiamati egli comanda di camminare insieme in singole associazioni o chiese per la loro edificazione e per la dovuta osservanza di quel culto pubblico che egli richiede a loro in questo mondo (Mt 18,15-20).

6. I membri delle chiese sono santi perché sono stati chiamati da Cristo e perché manifestano visibilmente la propria obbedienza a tale chiamata con la loro professione di fede ed il loro comportamento (Ro 1,7; 1 Co 1,2). Tali santi acconsentono volentieri a camminare insieme secondo l’ordine di Cristo, dedicandosi al Signore e l’un l’altro secondo la volontà di Dio, in dichiarata sottomissione alle ordinanze dell’Evangelo (At 2,41-42; At 5,13-14; 2 Co 9,13).

7. Ad ognuna di queste chiese, così radunate secondo la volontà del Signore, come essa è espressa nella sua Parola, Egli ha dato tutto il potere e l’autorità di cui hanno bisogno per portare avanti l’ordinamento del culto e la disciplina che Egli ha stabilito perché esse l’osservino insieme agli ordini ed alle regole per il dovuto e corretto esercizio di questo potere (Mt 18,17-18; 1 Co 5,4-5; 1 Co 5,13; 2 Co 2,6-8).

8. Una chiesa singola, radunata e organizzata in piena conformità con la volontà di Cristo, è composta di ufficiali e soldati. Gli ufficiali stabiliti da Cristo, che la chiesa deve scegliere e mettere da parte, sono i vescovi o anziani ed i diaconi. Questi devono essere nominati per l’esclusiva amministrazione delle ordinanze e per l’esercizio del potere o dovere che il Signore ha affidato loro ed al quale li ha chiamati. Tale ordinamento della chiesa deve continuare fino alla fine del mondo (At 20,17,28; Fl 1,1).

9. Il modo stabilito da Cristo per chiamare una persona preparata e dotata dallo Spirito Santo all’ufficio di vescovo o anziano in una chiesa è basato sul comune consenso della chiesa stessa (At 14,23). Una tale persona dovrebbe essere messa da parte solennemente con digiuno, preghiera e con l’imposizione delle mani da parte del collegio degli anziani, se ci sono nella chiesa anziani nominati in precedenza (1 Ti 4,14). Anche un diacono deve essere scelto col comune consenso della chiesa e messo da parte con la preghiera e con l’imposizione delle mani (At 6,3-6).

10. Poiché il lavoro dei pastori consiste nel dedicarsi continuamente al servizio di Cristo nelle sue chiese, nel ministero della parola e della preghiera, nel vegliare per le anime come chi ha da rederne conto a Dio (At 6,4; Eb 13,17), le chiese in cui essi servono hanno l0inderogabile obbligo di render loro non soltanto tutto il rispetto dovuto, ma anche di fare loro parte dei loro beni secondo le proprie possibilità (1 Ti 5,17-18; Ga 6,6-7). Bisogna fare questo in modo tale che i pastori siano adeguatamente provvisti, che non siano costretti ad occuparsi di faccende terrene (2 Ti 2,4) e che siano in grado di praticare l’ospitalità (1 Ti 3,2). Tutto ciò è richiesto dalla legge naturale e dal comandamento preciso del nostro Signore Gesù, il quale ha ordinato che coloro che annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo (1 Co 9,6-14).

11. Sebbene l’ufficio di vescovo o pastore obblighi chi lo detiene a predicare la Parola, il compito della predicazione è esteso ad altri cristiani. Infatti altre persone dotate e qualificate dallo Spirito Santo per questo compito ed approvate e chiamate dalla chiesa possono e devono adempiervi (At 11,19-21; 1 P 4,10-11).

12. Tutti i credenti hanno l’obbligo di unirsi a specifiche chiese quando e dove hanno la possibilità di farlo e tutti quelli che sono ammessi ai privilegi di una chiesa sono anche soggetti alla riprensione ed al governo della chiesa in conformità alla regola di Cristo (1 Te 5,14; 2 Te 3,6,14-15).

13. I membri di chiesa non devono disturbare l’ordinamento della chiesa in alcun modo, oppure assentarsi dalle riunioni della chiesa o dall’amministrazione di qualche ordinanza, a causa di un’offesa da parte di un altro membro, una volta che hanno fatto il loro dovere verso la persona che li ha offesi. Al contrario devono mettere tutto nelle mani di Cristo mentre la chiesa prende provvedimenti (Mt 18,15-17; Ef 4,2-3).

14. Ogni chiesa con tutti i suoi membri ha il dovere di pregare costantemente per il bene e la prosperità di tutte le chiese di Cristo in ogni luogo (Ef 6,18; Sl 2,6), e di aiutare tutti quelli che vengono nella propria zona o con cui vengono a contatto con l’esercizio dei loro doni e grazie. Ne consegue chiaramente che quando delle chiese vengono stabilite per la provvidenza di Dio, dovrebbero avere comunione tra di loro per promuovere la pace, un amore crescente e l’edificazione reciproca, come e quando hanno l’opportunità di farlo e trarne vantaggio (Ro 16,1-2; 3 Gv 8-10).

15. In casi di difficoltà o di divergenze per questioni dottrinali o di amministrazione che riguardino le chiese in generale o una singola chiesa, la sua pace, unità ed edificazione, oppure quando alcuni membri di una chiesa sono offesi a causa di procedimenti disciplinari non in armonia con la Parola e l’ordinamento corretto, è conforme alla mente di Cristo che i rappresentanti di più chiese aventi rapporti di comunione s’incontrino per esaminare la questione in discussione, dare consigli in merito e per mandare un rapporto a tutte le chiese interessate (At 15,2-6; At 15,22-25). Tuttavia, quando questi rappresentanti sono radunati, non è affidato loro alcun cosiddetto potere ecclesiastico né alcuna giurisdizione sulle chiese interessate al problema. Essi non possono quindi esercitare un’azione disciplinare su chiese o individui, o imporre le loro decisioni alle chiese o ai loro ufficiali (2 Co 1,24; 1 Gv 4,1).

1. Tutti i santi che sono uniti a Gesù Cristo, il loro capo, per il suo Spirito e per la fede, sebbene non diventino con questo una sola persona con Lui, hanno comunione con le sue grazie, le sue sofferenze, la sua morte, la sua risurrezione e la sua gloria (1 Gv 1,3; Gv 1,16; Fl 3,10; Ro 6,5-6). Essendo uniti l’uno all’altro nell’amore, partecipano ai doni e alle grazie l’uno dell’altro (Ef 4,15-16; 1 Co 12,7; 1 Co 3,21-23), e hanno l’obbligo di eseguire con ordine i doveri pubblici e privati che conducono al loro reciproco bene, sia dell’uomo interiore che dell’uomo esteriore (1 Te 5,11-14; Ro 1,12; 1 Gv 3,17-18; Ga 6,10).

2. A causa della loro professione i santi hanno l’obbligo di mantenere una santa comunione nell’adorazione di Dio e nell’esercizio di altri servizi spirituali che promuovono la loro reciproca edificazione (Eb 10,24-25; Eb 3,12-13). Devono anche dare sollievo l’uno all’altro in cose esteriori a seconda dei diversi bisogni e delle loro possibilità (At 12,29-30). Questa comunione è esercitata dai santi principalmente nell’ambito dei credenti che sono loro più vicini, per esempio nell’ambito della famiglia (Ef 6,4) e della chiesa (1 Co 12,14-27), ma deve estendersi secondo la regola dell’Evangelo a tutta la famiglia dei credenti, secondo le opportunità che Dio concede, e a tutti coloro che in ogni luogo invocano il nome del Signore Gesù. Tuttavia, la loro comunione l’uno con l’altro come santi non toglie né viola il diritto di ognuno di possedere i propri beni (At 5,4; Ef 4,28).

1. Il battesimo e la cena del Signore sono ordinanze istituite in maniera ben precisa e con autorità sovrana dal Signore Gesù, l’unico legislatore, e devono essere osservate nella sua chiesa fino alla fine del mondo (Mt 28,19-21; 1 Co 11,26).

2. Queste ordinanze sante devono essere amministrate soltanto da coloro che sono qualificati e chiamati a tale compito secondo il mandato di Cristo (Mt 28,19; 1 Co 4,1).

1. Il battesimo è un’ordinanza neotestamentaria, istituita da Gesù Cristo. Esso costituisce, per la persona battezzata, un segno della propria comunione con Cristo nella sua morte e nella sua resurrezione, del fatto che è stato innestato in Lui (Ro 6,3-5; Cl 2,12; Ga 3,27), della remissione dei peccati (Mr 1,4; At 22,16), del fatto che si è abbandonato a Dio per mezzo di Gesù Cristo, per vivere e camminare in novità di vita (Ro 6, 2,4).

2. Gli unici soggetti legittimati a sottoporsi a questa ordinanza sono coloro che sinceramente professano ravvedimento a Dio, fede nel nostro Signore Gesù Cristo ed obbedienza a lui (Mr 16,16; At 8,36,37; At 2,41; At 8,12; At 18,8).

3. L’elemento esteriore da usare in questa ordinanza è l’acqua, nella quale la persona deve essere battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19-20; At 8,38).

4. L’immersione nell’acqua è essenziale per la corretta amministrazione di questa ordinanza (Mt 3,16; Gv 3,23).

1. La cena del Signore Gesù fu istituita da lui nella notte in cui fu tradito perché venisse osservata nelle sue chiese fino alla fine del mondo come una rammemorazione perpetua ed un annuncio del sacrificio di se stesso (1 Co 11,23-26). Fu istituita per confermare la fede dei credenti in tutti i benefici della sua morte, per il loro nutrimento spirituale e per la loro crescita in lui, perché s’impegnassero maggiormente ad assolvere ai propri doveri verso di lui, e perché essa costituisse un vincolo ed un pegno della loro comunione con lui e gli uni con gli altri (1 Co 10,16-21).

2. Con questa ordinanza Cristo non viene offerto a suo Padre, né avviene alcun sacrificio reale per la remissione dei peccati dei vivi o dei morti. C’è soltanto la rammemorazione di quell’unica offerta che Cristo ha fatto di se stesso, una volta per sempre, sulla croce (Eb 9,25-28), accompagnata da un’offerta spirituale a Dio di tutta la lode possibile per questo sacrificio (1 Co 11,24; Mt 26,26-27). Perciò il cosiddetto sacrificio della messa papesca è una grande abominazione, un’offesa al sacrificio di Cristo il quale è l’unica propiziazione per tutti i peccati degli eletti.

3. Quando ha istituito questa ordinanza il Signore Gesù ha decretato che i suoi ministri pregassero benedicendo gli elementi, pane e vino, sottraendoli così ad un uso comune per riservarli ad un uso santo, che prendessero e rompessero il pane e poi il calice ed offrissero entrambi ai comunicandi, comunicandosi contemporaneamente anch’essi (1 Co 11,23-26).

4. La negazione del calice al popolo, l’adorazione, l’elevazione e l’esposizione degli elementi, oppure la loro conservazione per falsi usi religiosi, sono tutti fatti contrari alla natura di questa ordinanza e a ciò che Cristo ha istituito (Mt 26,26-28; Mt 15,9; Es 20,4-5).

5. Gli elementi esteriori di questa ordinanza, messi da parte ed usati correttamente secondo l’ordine di Cristo, parlano così chiaramente di Lui sulla croce che vengono chiamati correttamente, ma in senso figurato, con il nome delle realtà che rappresentano, vale a dire, corpo e sangue di Cristo (1 Co 11,27). Tuttavia, nella loro sostanza e natura rimangono, come erano prima, pane e vino (1 Co 11,26-28).

6. La dottrina generalmente nota come transustanziazione, secondo cui la sostanza del pane e del vino viene trasformata nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo dopo la consacrazione da parte di un sacerdote o in qualche altro modo, è in contrasto non solo con la Scrittura (At 3,21; Lu 24,6,39), ma anche con il buon senso e la ragione. Inoltre sovverte la natura stessa dell’ordinanza ed è stata ed è la causa di numerose superstizioni ed idolatrie grossolane (1 Co 11,24-25).

7. I partecipanti degni, che prendono esteriormente gli elementi visibili di questa ordinanza, li ricevono anche interiormente e spiritualmente per la fede, realmente e veramente ma non carnalmente né corporalmente, e si cibano spiritualmente di Cristo crocifisso e di tutti i benefici della sua morte. Il corpo ed il sangue di Cristo non sono presenti né corporalmente né carnalmente, ma sono presenti spiritualmente alla fede di chi crede in questa ordinanza, così come gli elementi esteriori sono presenti ai loro sensi (1 Co 10,16; 1 Co 11,23-26).

8. Le persone ignoranti e malvagie, essendo incapaci di godere della comunione con Cristo, sono altrettanto indegne di partecipare alla tavola del Signore e finché rimangono in tale condizione non possono essere ammesse a questi santi misteri o alla cena del Signore senza commettere un grave peccato contro Cristo (2 Co 6,14-15). Anzi, quelle che partecipano indegnamente sono colpevoli verso il corpo ed il sangue del Signore e mangiano e bevono in giudizio su loro stessi (1 Co 11,29; Mt 7,6).

1. I corpi umani dopo la morte ritornano alla polvere e subiscono la corruzione (Ge 3,19; At 13,36), ma le anime, che non muoiono né dormono avendo una sussistenza immortale, ritornano immediatamente a Dio che le ha date (Ec 12,9). Le anime dei giusti, essendo allora rese perfette in santità, sono ricevute in paradiso dove sono con Cristo e contemplano la faccia di Dio in luce e gloria aspettando la piena redenzione del corpo (Lu 23,43; 2 Co 5,1,6-8; Fl 1,23; Eb 12,23). Le anime dei malvagi sono gettate nell’inferno dove rimangono nei tormenti e nelle tenebre, riservati per il giudizio del grande giorno (Gd 6-7; 1 P 3,19; Lu 16,23-24). La Scrittura non riconosce alcun altro luogo oltre a questi due per le anime separate dal corpo.

2. Nell’ultimo giorno i santi che saranno ancora viventi non si addormenteranno, ma saranno mutati (1 Co 15,51-52; 1 Te 4,17). Tutti i morti risusciteranno con il loro proprio corpo e non con un altro (Gb 19,26-27), anche se esso sarà qualitativamente diverso da prima e questi corpi saranno riuniti alle loro anime per sempre (1 Co 15,42-43).

3. I corpi degli ingiusti saranno risuscitati ad obbrobrio, per la potenza di Cristo. I corpi dei giusti saranno risuscitati per il suo Spirito ad onore e resi conformi al corpo della sua gloria (At 24,15; Gv 5,28-29; Fl 3,21).

1. Dio ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo di Gesù Cristo (At 17,31; Gv 5,22,27) a cui il Padre ha dato tutta l’autorità ed il giudizio. In questo giorno saranno giudicati non soltanto gli angeli apostati (1 Co 6,3; Gd 6), ma anche tutte le persone che sono vissute sulla terra. Esse compariranno davanti al tribunale di Cristo per rendere conto dei propri pensieri, delle proprie parole e delle proprie azioni e per ricevere la retribuzione di quanto hanno fatto quando erano nel corpo, o in bene, o in male (2 Co 5,10; Ec 12,14; Mt 12,36; Ro 14,10-12; Mt 25,32-46).

2. Il fine per il quale Dio ha ordinato questo giorno è la manifestazione della sua gloriosa misericordia nella salvezza eterna degli eletti e della sua giustizia nella dannazione eterna dei reprobi, i quali sono malvagi e disubbidienti (Ro 9,22-23). Allora i giusti andranno a vita eterna e riceveranno la pienezza della gioia e della gloria con la ricompensa eterna della presenza del Signore. I malvagi che non conoscono Dio e non ubbidiscono al Vangelo di Gesù Cristo saranno gettati nei tormenti eterni (Mt 25,21,34; 2 Ti 4,8) e puniti di eterna distruzione, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza (Mt 25,46; Mr 9,48; 2Te 1,7-10).

3. Come Cristo desidera che siamo veramente convinti che ci sarà un giorno di giudizio sia per scoraggiare gli uomini dal peccare (2 Co 5,10-11) che per consolare maggiormente i fedeli nell’avversità (2 Te 1,5-7), così desidera anche che gli uomini non conoscano la data di quel giorno perché abbandonino qualsiasi sicurezza carnale e veglino non sapendo quando verrà il Signore (Mr 13,35-37; Lu 12,35-40), ed anche perché siano sempre pronti a dire “vieni Signor Gesù, vieni presto! Amen” (Ap 22,20).