RIFORMA E RECUPERI

SergioBlog

di Pietro Bolognesi

Il 2017 sta per terminare, ma le numerosissime manifestazioni sul 500mo della Riforma del XVI secolo lasciano già trapelare alcune prospettive. Come si sa ogni anniversario è anche figlio del proprio tempo e questo 500mo lo dimostra ampiamente. Rispetto ai precedenti esso sembra avere una sua connotazione.

La Riforma non è mai stata considerata una svolta trascurabile e ha quindi suscitato reazioni diverse nel corso dei relativi anniversari, ma quello di quest’anno, pur avendo registrato una gamma d’iniziative provenienti da ambienti molto diversi, sembra avere un denominatore comune. Qui si può accennare a tre forme di recupero per poi individuare, se possibile, una comune radice.

Neutralizzazione

LuteroBolla

Lutero brucia la bolla papale con cui gli viene chiesto di ritrattare alcune delle 95 tesi

La prima forma di recupero può andare sotto il nome di neutralizzazione. E’ il profilo che caratterizza il mondo cattolico. La Riforma viene letta in un’ottica sostanzialmente inclusiva.

Il papa va a Lund (31/10/2016) per una preghiera ecumenica nella cattedrale luterana e fa una “Dichiarazione congiunta” con coloro che fino a pochissimo tempo prima erano considerati eretici.

Molti studiosi cattolici mostrano una serietà e un rigore ammirevoli. Pubblicano saggi filologicamente molto attenti sulla Riforma di Lutero cercando di fare i conti con colui che un

tempo era considerato l’eretico per antonomasia. Tra le varie piste d’approfondimento si fa anche strada l’idea che la vicenda religiosa di Lutero sia riconducibile a una “comunicazione mancata” (La civiltà cattolica, 25/02/2017). Sembrerebbe allora che una migliore comunicazione avrebbe evitato certi irrigidimenti e avrebbe portato a un’integrazione delle istanze riformatrici di Lutero. Passa l’idea che una maggiore serenità avrebbe evitato la spaccatura.

Lutero viene allora inserito entro schemi antropocentrici e liberato da alcune asperità riconducibili a un eccesso del tempo. Egli diventa innocuo e sostanzialmente integrabile nell’universo cattolico. In questa cornice può servire la causa ecumenica.

Relativizzazione

La seconda forma di recupero è quella che si respira negli ambienti del protestantesimo “storico”. La Riforma del XVI secolo viene riletta alla luce di una visione del mondo postmoderna o ultramoderna. Si sostiene giustamente che la vicenda vada letta prestando attenzione al contesto, ma poi si procede ad una rilettura che lascia nell’ombra il primato di Dio e della sua Parola.

Temi come “libertà”, “Scrittura”, ecc. sono riletti inducendo atteggiamenti diversi da quelli originariamente associati a tali termini. Altri come “peccato” e “salvezza” vengono rimossi. Si delinea allora un quadro più vicino alle coordinate concettuali del nostro tempo per cui si riesce a civettare un po’ con tutti. Si ostenta una continuità con la Riforma che è evidentemente una finzione, perché ci si muove in un terreno opposto ad essa. Lutero sarebbe un aderente alla lettura critica della Bibbia e un artefice dell’ecumenicità.

Rispetto ai sola tradizionalmente associati alla Riforma, viene posta grande enfasi sul “sola gratia”. L’ordine storico, che associa l’intervento della grazia di Dio alla rottura dell’alleanza da parte dell’uomo, viene come capovolto, quasi vi fosse l’angoscia di scavalcare ogni riferimento al peccato per portare l’uomo d’oggi a una comprensione della Riforma più compatibile con la sensibilità buonista attuale. L’altro fuoco è costituito dal cristocentrismo anche se si tende a fare astrazione della condizione presupposta e cioè il radicale bisogno dell’uomo davanti alla maestà di Dio.

Il messaggio della Riforma viene così compresso entro schemi romantici e razionalistici conducendo a una sua relativizzazione e, in definitiva, a un suo tradimento.

Banalizzazione

La terza forma di recupero si ritrova nell’evangelismo conservatore. Diversamente dal passato che

Tra i principali protagonisti della Riforma, si riconoscono gli italiani Zanchi e Vermigli

tendeva a ignorare certi riferimenti, l’anniversario è stato inserito nel pendolo delle varie attività. Ci si è così affannati con iniziative sulla Riforma del XVI secolo trovando anche nuovi “esperti” della materia.

Rispetto al tempo in cui si lasciava intendere che gli evangelici avevano a che fare solo con la Bibbia, bisogna registrare un cambiamento. Sembra si senta maggiormente il bisogno di collocarsi rispetto alla storia e che le vicende del XVI secolo meritino una certa attenzione.

Vengono allora fuori alcune legittime critiche. Queste ultime riguardano generalmente aspetti secondari, ma vengono ingigantiti al punto da compromettere l’insieme. Il risultato è che un evento come quello della Riforma del XVI secolo appare più familiare, ma anche più estraneo. Come se sfuggisse la forza propulsiva che lo determinò. Come se l’inevitabile recupero non debba fare troppi danni, né incidere in maniera eccessiva nella storia del popolo evangelico.

L’impressione è che questo recupero avvenga con una certa sufficienza. Si pizzicano qua e là elementi senza inquadrarli in un universo di senso compiuto e a partire di là si mantiene uno spirito di superiorità. Se ne parla quindi, ma in fondo si è scelto di rimanere a debita distanza dall’oggetto dell’indagine. Si continua a pavoneggiarsi pensando d’essere molto più avanti. La Riforma è in fondo compressa entro schemi soggettivistici.

La stanza dove Lutero tradusse il Nuovo Testamento dal greco al tedesco

La stanza dove Lutero tradusse il Nuovo Testamento dal greco al tedesco

I tre termini usati per evocare i tipi di rievocazione della Riforma potrebbero essere considerati eccessivi. Si può anche discutere. Ciò su cui si deve però riflettere non sono i termini, bensì il cambiamento prodotto. Il tema della Riforma è diventato più familiare, ma anche più confuso; più vario, ma anche più unilaterale; più ricco, ma anche più sterile.

La Riforma del XVI secolo produsse un’enormità di cambiamenti. Non è allora assurdo interagire con quella realtà senza chiedersi quale sia il cambiamento derivato dalle varie rievocazioni.

Anche se i tre tipi di recupero sono molto diversi tra loro, sembra vi sia un comune denominatore. La riforma di Lutero viene addomesticata. Il riformatore viene inquadrato nel superamento del confessionalismo sponsorizzato dalla nostra epoca. Le differenze vengono armoniosamente ricomposte e in qualche misura superate. Le convinzioni devono lasciare il posto alle comprensioni, la verità all’unità. Si finisce per pensare che in fondo le religioni dicono un po’ tutte le stesse cose e che non è il caso di andarci troppo per il sottile.

Viene certamente da chiedersi se questo supposto superamento del confessionalismo e dell’ideologia non sia esso stesso una confessione e un’ideologia. Più melliflua e sfuggente, ma ancora confessione e ideologia tanto più pericolosa perché rivestita dei panni dell’aconfessionalità. Quel ch’è ancora più preoccupante è che questo diffuso sentire non genera allarme nel sentire collettivo che anzi si bea in esso.

Sarà vera libertà? C’è da dubitarne. Se questo è quel che lascerà il 500mo anniversario si tratterà di un triste equivoco. Un equivoco che darà l’impressione d’una maggiore scioltezza rispetto a quell’evento, ma che agirà invece come un elemento inibitore. L’angoscia antipolemica impedirà di vedere le differenze che contano.

Chi mostrerà qualche perplessità sarà sempre più visto come qualcuno fermo a schemi concettuali antiquati. Si tratta d’un quadro preoccupante che mutua un clima contrario all’Evangelo. Che con l’ambizione di fare nuova luce sugli eventi del passato, conduce al buio indifferenziato del tempo. Post lux, tenebras!

P.B.